“Non ci si uccide per una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, nullità.”
Cesare Pavese
Pavese scrisse queste parole poco prima che Constance Dowling, l’attrice americana di cui era innamorato, lo lasciasse rifiutando senza appello la sua proposta di matrimonio. Pavese si suicidò con i barbiturici, il 26 agosto del 1950, in una camera d’albergo a Roma.
Parlare di questo argomento è “scomodo”, in particolare in questa società votata al consumismo, al risultato (performance), al piacere sfrenato.
Questo è il passo nel buio più “nero” e definitivo, da cui non si ritorna. Alcune persone possono ritenere l’angoscia che deriva da questi rifiuti come insormontabile e insopportabile, non pensano che c’è sempre una via d’uscita.
Il mio personalissimo pensiero è che se Pavese avesse avuto dei veri amici non si sarebbe mai tolto la vita: glielo avrebbero impedito.
“La cambio io la vita che
non ce la fa a cambiare me
bevi qualcosa, se non ti siedi
vuoi far l'amore con me…
la cambio io la vita che
che mi ha deluso più di te
portami al mare, fammi sognare
e dimmi che non vuoi morire…”