Il pellegrinaggio assistenziale: le interazioni tra gli immigrati e le organizzazioni d’aiuto, accoglienza, inserimento a Cesena
Di Luca Comandini (2001)
1. Introduzione
Questo resoconto1 è il risultato dell’osservazione diretta e partecipata presso due strutture d’aiuto, accoglienza, inserimento per gli immigrati stranieri. Tali strutture sono il Centro d’Ascolto e di Prima accoglienza della Caritas (CDA) e il Centro di servizi per stranieri (CSS) di Cesena. L’osservazione è stata diretta perché inserita nel contatto diretto con l’utenza straniera immigrata; partecipata perché si è svolta concomitante all’opera di volontariato interno. Leggere e interpretare le relazioni intercorrenti tra gli immigrati e le organizzazioni d’assistenza, nella persona degli operatori, pone alcuni quesiti nonché numerosi punti esclamativi. Si può partire da una serie di considerazioni legate a risultati di ricerca, oppure avvalersi di senso comune e saggezza popolare. E’ importante in ogni caso decidere quale prospettiva assumere, evitando di lasciarsi fuorviare da affermazioni inflazionate come razzismo, discriminazione, buonismo, ottimismo ad ogni costo. L’ottica che qui si propone individua la questione relazionale degli immigrati come assolutamente neutra da pregiudizi di sorta, ma anche da ingenuità e miopia d’analisi. Di solito, quando si analizza e si osserva qualsiasi elemento della realtà sociale, ci si pone al suo cospetto in modo critico, ossia si cerca l’integrità assoluta a prescindere da considerazioni personali. L’oggetto d’analisi deve essere osservato in modo costante e preciso, allontanando le componenti formali di facciata, per giungere all’intimo. Caratteristica fondamentale è che si parla dei lati negativi, mentre si lasciano sullo sfondo quelli positivi. E’ utile in questo contesto discutere dei lati negativi, perché a loro si cerca di dare più spesso risposte, servono soluzioni interpretative di fronte a comportamenti ed atteggiamenti nuovi, inconsueti. In una realtà relazionalmente complessa come l’odierna, è importante interpretare correttamente le azioni degli interlocutori meno conosciuti, specialmente di coloro ai quali si vuole dare aiuto. Volendo evitare una facile e deprecabile retorica, è necessario puntualizzare l’importanza del dialogo tra le due parti. Tale dialogo deve però svolgersi nel modo più critico e limpido possibile, quindi partire da impressioni vissute ed evolvere a considerazioni sull’utilità o meno di coltivare quest’incontro. Un osservatore isolato, ma inserito e coperto all’interno degli ambienti d’accoglienza, rileva le congruenze e le incongruenze d’operato e di risposta messe in atto dai protagonisti. Da un lato vi sono gli immigrati stranieri i quali, bisognosi d’assistenza, si rivolgono alle associazioni d’aiuto, accoglienza, inserimento presentando le loro richieste. Dall’altro lato vi sono gli operatori delle suddette organizzazioni, che tentano di rispondere alle richieste e risolvere i problemi degli utenti. I protagonisti si confrontano su aspettative, motivazioni, bisogni, esperienze, informazioni.
2. Traccia dei percorsi nei servizi
Ogni ambiente locale affronta l’immigrazione con propri mezzi e risorse. Vale ad affermare che ogni ambiente fornisce proprie opportunità in termini d’aiuto, accoglienza e inserimento. Con questi servizi primari ed essenziali, l’utente straniero immigrato instaura un rapporto “speciale”, connesso a momenti di necessità e di bisogno. Il servizio, quando realizza il contatto con l’utente straniero, riceve informazioni molto preziose per comprenderne la realtà, assume la posizione di “osservatorio privilegiato”. L’insieme dei termini “aiuto-accoglienza-inserimento” individua un corrispondente insieme di richieste e aspettative da soddisfare. Il termine “aiuto” identifica l’attività di sostegno e di supporto che gli individui immigrati ottengono dalle organizzazioni locali. Il termine “accoglienza” pone l’accento sulle caratteristiche emergenziali dell’intervento attuato, le organizzazioni d’assistenza possono erogare beni e servizi, secondo termini limitati. Infine, il termine “inserimento” evidenzia il proposito di rispondere in maniera concreta alle volontà di sistemazione espresse dagli individui immigrati. L’inserimento rimanda alla garanzia di beni che possono consentire una vita sociale dignitosa. Gli interventi di sistemazione, quindi d’inserimento, includono anche interventi d’affiancamento nella ricerca di un lavoro. Queste organizzazioni rendono possibile agli immigrati la fruizione di servizi cui altrimenti sarebbero esclusi, a causa della non conoscenza dell’ambiente e della lingua. E’ probabile che le aspettative espresse dall’utenza, divergenti da questa traiettoria, portino l’utenza stessa a percepire manchevolezze o persino ingiustizie di fronte ad istanze disattese. Le aspettative sono direttamente legate alle motivazioni, le quali spiegano le ragioni del viaggio migratorio.
Le motivazioni si collegano in maniera diretta alle condizioni di vita in patria, ma soprattutto alle condizioni attese a destinazione: in sintesi sono lavoro e benessere le più importanti motivazioni, che generalmente orientano il viaggio migratorio. L’insieme delle intenzioni di chi emigra (le motivazioni) creano una serie d’aspettative da soddisfare al più presto in un ambiente adatto a questo scopo. Le aspettative astraggono un insieme di bisogni concreti, come ad esempio casa, lavoro, salute, benessere, libertà, autorealizzazione. L’insieme di motivazioni, aspettative, bisogni condiziona la percezione delle risorse disponibili a destinazione, ovvero fornisce al migrante una determinata immagine, talvolta idilliaca, del paese di destinazione e delle sue opportunità, distorcendo la realtà nella maggioranza dei casi. Il risultato di questo processo è una discrepanza, un differenziale (“gap”) tra le aspettative e la realtà vissuta. E’ proprio in questo passaggio che si colloca l’intervento dei locali servizi d’aiuto, accoglienza, inserimento, ovvero nel differenziale tra aspettative di benessere e realtà a destinazione. Le aspettative hanno il significato di soddisfazione di bisogni preclusa, del tutto o in parte, nel proprio paese d’origine. Il bisogno è mancanza di risorse materiali o non materiali in funzione di un benessere auspicabile. L’individuo richiede risorse (materiali/non materiali) all’ambiente socio-economico che lo ospita. Bisogno è quindi mancanza di risorse, le quali possono essere materiali o non materiali. Si distinguono bisogni primari quelli che denotano un’insufficienza di risorse materiali, quindi biologiche, fisiche, psichiche proprie dell’essere umano “animale”. I bisogni secondari evidenziano invece un’insufficienza di risorse non materiali, di matrice socio-culturale come le relazioni sociali, l’associazionismo, la conservazione delle proprie radici culturali, la pratica del culto religioso. L’individuo dopo avere soddisfatto i bisogni primari concentra le proprie energie verso la soddisfazione dei bisogni socio-culturali. I bisogni primari da soddisfare per evitare la povertà ed assicurarsi una vita dignitosa sono casa, lavoro, cibo, salute. Rappresentano beni fondamentali per salire i gradini del benessere. Esistono per gli immigrati opportunità d’adattamento legate al meccanismo delle catene migratorie1 e della solidarietà etnica, che riducono il disagio relativo alla condizione di migrante, soddisfano alcuni bisogni materiali e consultivi secondo le risorse disponibili. Tuttavia, resta il problema del “gap” fra aspettative di benessere (fruizione di beni e servizi) e realtà di soddisfazione. Nel caso in cui il valore del supporto della solidarietà etnica diventi insufficiente o inesistente, entrano in gioco le locali organizzazioni d’aiuto, accoglienza, inserimento. All’interno del rapporto bene/bisogno assume un ruolo importante il lavoro, perché ne produce la sostanza, relativamente a principi socialmente apprezzati.
2.1. I servizi, strutturazione e caratteristiche
L’attività d’aiuto, accoglienza, inserimento del Cda (Caritas) e del Css (Centro servizi per stranieri) si svolge lungo direttrici parallele, che talvolta convergono di fronte a questioni operative d’informazione e orientamento. La peculiarità delle due organizzazioni permette una precisa individuazione del campo d’intervento.
Il Cda si occupa di tutta la povertà, di tutta l’emarginazione, per questo allestisce servizi d’ascolto (consulenza, orientamento) e diretti alla persona, allo scopo di fungere da strumento di solidarietà. In particolare, fornisce servizi materiali, diretti a soddisfare i bisogni primari (cibo, assistenza medica, servizi igienici, alloggio temporaneo, indumenti). La caratteristica più importante è che i servizi sono finalizzati ad interventi d’emergenza e non di sussistenza, quindi di breve periodo. Il Cda è suddiviso in due settori: al piano terreno è organizzato il settore italiani, mentre al piano superiore c’è il settore stranieri. L’assetto parallelo è consono alla diversa tipologia di problemi (disagio) manifestati degli utenti. I livelli di gestione prevedono un primo “filtro”, il contatto tra l’utente e il personale della struttura. Inizialmente gli incaricati raccolgono le richieste dettate dalle necessità più immediate, come ad esempio un pasto o un letto su cui dormire. Questo primo livello è identificabile come l’accoglienza (1-ascolto) ed ha l’obiettivo di sondare la situazione dell’utente. Gli operatori raccolgono informazioni sulla sua vita lavorativa (saltuaria o meno), occupazionale (fissa), familiare, abitativa. L’intenzione è di verificare le reali necessità del richiedente, il suo reale disagio, i suoi propositi anche verso la Caritas. Gli operatori devono filtrare il bisogno concreto dall’assistenzialismo attuato da alcuni utenti. Con il termine “assistenzialismo” s’identifica un preciso comportamento di talune persone, le quali desiderano fruire di servizi e beni degli enti d’assistenza in modo continuato, illimitato, irrinunciabile. Il secondo livello o filtro entra in azione qualora i richiedenti manifestino problemi più complessi e di più difficile risoluzione: problemi sociali (interazione, inserimento) e/o psicologici. Il Cda provvede ad indirizzare gli utenti verso gli enti specializzati esistenti sul territorio (Consultorio, Sert, Simap), provvedendo anche all’accompagnamento (2-orientamento). Nel caso il Cda non ottenga alcuna risposta d’intervento immediato e soddisfacente dagli enti locali, provvede al carico diretto dell’utente straniero, nel limite delle sue facoltà (concrete e statutarie). L’intento è di erogare risorse in maniera temporanea, coerentemente al concreto bisogno dell’utente, cercando di renderlo autonomo in vista del definitivo distacco (3-presa in carico). Rispondono a tale scopo i servizi materiali, i quali si compongono di una mensa con circa venticinque coperti, dell’accoglienza notturna (dormitorio) suddiviso in due diverse strutture del totale di diciotto posti letto, infine del servizio “docce e indumenti”. I servizi materiali identificano tutta l’attività Caritas presso l’opinione pubblica, la quale osserva la Caritas come l’organizzazione che da ai poveri un pasto caldo, dei vestiti puliti, un letto su cui dormire. Tali considerazioni sono esatte ma limitate, perché trattano la questione in termini di mero assistenzialismo, semplice risposta fisica al bisogno dei singoli in difficoltà. L’accesso alle risorse materiali non può prescindere perciò dalla procedura dell’ascolto.
Il Css è un ufficio comunale (governativo), indicato dalle istituzioni a rispondere ad alcuni specifici bisogni della popolazione straniera immigrata. Il Css è espressione dei servizi forniti dalla locale amministrazione per l’aiuto, l’accoglienza, l’inserimento degli stranieri. Dai primi mesi del 1999 è sotto la gestione di una cooperativa sociale di Ravenna; ciò significa che i trattamenti economici degli operatori sono a carico della stessa cooperativa, in convenzione con il Comune di Cesena. Il Css ha la funzione di “filtro facilitatore”, ossia di mediatore interculturale e linguistico tra lo straniero immigrato, i servizi comunali e gli enti, le istituzioni locali e nazionali, che operano direttamente o indirettamente nell’ambito dell’immigrazione. Gli utenti usufruiscono del Css per innumerevoli questioni di carattere burocratico, legale, linguistico, culturale, associazionistico, relazionale ed anche religioso. Il responsabile del servizio è un immigrato marocchino, con pluriennale esperienza di mediazione linguistico-culturale. E’ interprete e traduttore di lingua araba. Anche la sua collaboratrice possiede competenze linguistico-culturali, è interprete e traduttrice delle lingue inglese, tedesca, francese. Entrambi svolgono le mansioni d’ufficio, avendo le medesime conoscenze legislative e burocratiche. Sono operatori con alta motivazione e profilo professionale particolare, avendo maturato esperienze nel rapporto con persone di cultura e istruzione diversa. I fatti per cui la collaboratrice è una donna e il responsabile è un cittadino marocchino generano però una serie d’incongruenze nelle richieste d’assistenza. L’appartenenza etnica del responsabile concentra su di se quasi interamente l’utenza arabo-islamica. Tale situazione è acuita dal maschilismo e dal pregiudizio di genere, endemico presso la stessa cultura islamica. Per un arabo non è consueto trovare operatori donne negli uffici pubblici, soprattutto se ricoprono incarichi di responsabilità. E’ emerso che taluni utenti rifiutano il colloquio con la collaboratrice per ragioni culturali.
2.2.Modellini d’accesso ai servizi: il pellegrinaggio assistenziale (le strategie degli utenti)
La differenza di servizi e operato è immediatamente visibile per qualità e tipologia: servizi consultivi e materiali. Prendendo come base di discussione e confronto questo schema, si può tentare di analizzare nel dettaglio le motivazioni che spingono gli stranieri a rivolgersi al Cda o al Css. Gli utenti utilizzano vere e proprie tecniche d’approccio ai servizi, mentre gli operatori sviluppano speciali schemi d’inquadramento dei comportamenti dei primi. Gli atteggiamenti degli utenti emersi dalle osservazioni sono ricondotti quindi a termini folclorici definiti “quasi concetti”, perché non hanno ancora ottenuto un ampio riconoscimento. Gli stranieri si orientano grazie alle informazioni ottenute da amici, parenti, conoscenti già introdotti, oppure da connazionali rimpatriati. Fin dal luogo di partenza sono disponibili informazioni preziose sulla destinazione scelta. All’arrivo la propria comunità etnica integra le conoscenze dell’ambiente sociale, rispondendo alle domande dei nuovi arrivati. Gli immigrati anziani “indottrinano” i nuovi, fornendo indicazioni sommarie sui propri diritti (veri o presunti) e sugli atteggiamenti da tenere nel rapporto con i servizi locali interpellati. In molti casi queste indicazioni non rispecchiano la realtà, bensì ne rappresentano un’interpretazione parallela. La catena migratoria così riprodotta può assolvere solo marginalmente alle richieste dell’immigrato. I termini, “radio tam-tam” per il Css e “telegrafo informale” per il Cda, identificano alla stessa maniera l’insieme delle informazioni che gli immigrati si scambiano su ogni ambito della vita sociale, in particolare per la soddisfazione delle loro aspettative (bisogni). E’ il continuo “passa parola” il meccanismo informale che presenta le risorse e le possibilità del Cda e del Css come inesauribili e generalizzate, talvolta infinite e disponibili per tutti. Gli immigrati indottrinati interpretano l’aiuto e l’assistenza obbligatoria, dovuta, indiscutibile. Emerge un’ignoranza sistematica delle opportunità offerte da Cda e Css, intesa come carenza d’informazioni sostanziali, anche di carattere normativo. Il “gap” tra le aspettative di fruizione degli utenti e la realtà dei servizi crea insoddisfazione e alza la probabilità di presentare vere e proprie pretese. Sono esempi significativi i casi d’utenti stranieri che “pretendevano” il posto letto nei Centri di Prima Accoglienza gestiti dal Css, un appartamento in affitto, un lavoro, la fruizione incondizionata e continuata dei servizi materiali alla Caritas.1 Esistono utenti stranieri convinti dell’identità pubblica della Caritas, i quali aggiungono all’insoddisfazione la sensazione di essere stati derubati di un proprio diritto; oltre a ciò allegano un forte risentimento persino verso l’amministrazione comunale. La questione si sposta su piani assistenzialistici di mera fruizione incondizionata dei beni e dei servizi, di cui gli immigrati hanno sentito parlare. Gli operatori riconoscono il pericolo che diventi uno stile di vita il “farsi mantenere dalla Caritas”. E’ uno stile conforme agli stranieri che si adagiano sui servizi, a coloro che praticano il “pellegrinaggio assistenziale”. Essi accedono al Css chiedendo un contributo economico, alla Caritas qualche indumento, alla Croce Rossa un poco di latte per i bambini. Quest’abitudine consiste, in sostanza, nello spostamento fisico da un servizio territoriale all’altro, da una città all’altra, per sfruttare al massimo le risorse effettive presso ogni organizzazione conosciuta (associazioni di volontariato, mense comunali). Tutto questo anche se il bisogno reale e urgente non c’è, bensì perché il “pellegrinaggio assistenziale” diventa una cultura. E’ facile abituarsi a determinate risorse quando esiste qualcuno che le fornisce gratuitamente. Un elemento interessante in tal senso è rappresentato dalle false generalità, fornite da coloro che intendono sfruttare le risorse rimanendo nell’anonimato. L’attitudine di dichiarare una falsa identità può essere connessa – e di solito lo è – ad una vita illegale, al contatto con la criminalità. Gli stranieri che si procurano documenti falsi utilizzano le corrispondenti multiple identità, i cosiddetti “alias”, per rimanere nell’ombra e continuare le proprie attività illecite. Taluni utilizzano le identità multiple anche per prolungare l’accesso strumentale ai servizi. Sono numerosi gli utenti che accedono al Cda con richieste d’aiuti e dichiarano dati anagrafici fittizi, tant’è che alcuni di loro hanno colmato di “alias” lo schedario. All’interno di questo panorama descrittivo, sono da annoverare gli utenti stranieri che con pietosismi, atteggiamenti utilitaristici oppure aggressivi e violenti, premono sugli operatori per accedere o conservare l’accesso ai servizi. Essi sono individui non autonomi, dipendenti dagli aiuti esterni, disoccupati senza la minima intenzione di cercare lavoro; preferiscono girovagare nei luoghi dove sanno di poter trovare ciò che desiderano. Membri effettivi di queste categorie assistenzialistiche sono pure coloro che, nonostante abbiano un lavoro, si rivolgono ai servizi materiali allo scopo di risparmiare il più possibile su qualsiasi prodotto. L’ultimo aspetto da considerare riguarda i confronti fatti dai diversi utenti sulle presunte disparità di trattamento. Per esempio, contano il numero di buoni-pasto, ottenuti da uno straniero rispetto ad un altro, conteggiano il numero di notti trascorse al dormitorio, la quantità e la qualità degli indumenti ricevuti. Gli utenti si conoscono quasi tutti di persona, parlando tra loro riescono ad avere un quadro dettagliato di tutte le modalità di trattamento praticate dal Cda. Tale sistema d'informazioni è tuttavia distorto dalle loro intenzioni di piegare l’operato del Cda a proprio favore. Partono proteste anche vivaci agli operatori per aver subito un diverso trattamento, cercano di farli sentire in colpa, “rinfacciano” di non avere ricevuto tanto quanto gli altri utenti. Il loro problema è il più grande di tutti, non considerano i bisogni altrui, ma notano gli altri utenti solo quando credono d’essere vittime di un’ingiustizia. Il sistema utilizzato da tutti indistintamente è di chiedere in abbondanza, perché più chiedono tanto più hanno possibilità di ottenere. Immediata e spontanea giunge la metafora della “lista della spesa”, coniata dal responsabile del servizio “docce e indumenti” durante l’ascolto iniziale con un utente albanese. L’utente giunge con determinate richieste, sovente gonfiate secondo le opportunità strutturali incontrate, come il particolare giorno (prefestivo), l’operatore (giudicato sensibile, generoso, severo, inflessibile), la presenza di bambini (di solito impietosiscono chiunque, specialmente se sono sporchi, emaciati, vestiti miseramente). La scena più frequente è la richiesta ad ampio raggio sull’intero campionario di magazzino, sostituzioni dei beni indisponibili con altri, richiesta d’articoli non presenti, “mercanteggiando” le risorse in un lungo elenco: è una contrattazione da mercato popolare. Numerosi utenti scambiano tutti i servizi materiali per una “banchetta che dà la roba gratis”, un accaparramento nel segno del risparmio del costo reale di mercato. L’aspettativa in questa direzione è molto forte, sono numerosi gli utenti immigrati con regolare occupazione che tuttavia cronicizzato la loro presenza ai servizi. In conclusione, il problema è il processo imitativo in atto tra gli utenti stranieri, connesso al “pellegrinaggio assistenziale”, cioè alla strumentalizzazione di beni e servizi. I soggetti tra loro più scaltri, audaci e risoluti intraprendono azioni di forzatura nell’erogazione delle risorse disponibili. Affrontano i colloqui pretendendo risposte immediate; se riescono in qualche modo ad aprire una breccia nel sistema di gestione, altri utenti ne seguono il percorso esemplare, impartito per via informale. L’operatore maggiormente coinvolto nell’assistenza, più sensibile alle situazioni di sofferenza, ha maggiori probabilità di cadere in errori di valutazione. Ritorna ancora una volta il meccanismo delle aspettative di partenza, sommate a quelle indotte dal “telegrafo informale” a destinazione, che costruisce schemi sociali d’assistenza e di presunti diritti inviolabili. Lo schema riceve consenso e approvazione da parte di molti altri, potenziali o effettivi fruitori dello stesso.
2.3.Le logiche d’autonomia all’interno della comunità d’appartenenza
Gli immigrati giungono alla soglia delle organizzazioni d’assistenza perché hanno bisogno di qualche cosa, devono soddisfare determinate necessità; se non avessero bisogno d’aiuto, essi non andrebbero a chiederne a chicchessia. Il punto successivo sta nel sottolineare che gli immigrati si raggruppano e si definiscono per enclave etniche, ossia per gruppi culturali e linguistici. Sapere quali comunità etniche immigrate usufruiscono maggiormente dell’ausilio dei centri d’assistenza propone un’immagine importante del fenomeno immigratorio, sia a livello locale sia nazionale. Significa sapere quali comunità etniche sono autosufficienti e quali no, oppure lo sono di meno. L’impatto complessivo sulla società è ovviamente diverso: per esempio la comunità cinese è molto più autonoma al suo interno di quella arabo-islamica, perciò anche meno assistenzialista, ma anche meno visibile. In quest’esempio, la comunità cinese è meno visibile perché attinge risorse all’interno della solidarietà del proprio gruppo etnico, quindi i suoi componenti devono “girare” in maniera minore rispetto ai membri della comunità arabo-islamica, che invece affollano i centri d’accoglienza.
2.4.Il binomio autonomia/assistenzialismo (dipendenza e cronicizzazione nei servizi)
Il binomio autonomia/assistenzialismo è uno strumento concettuale che separa coloro che desiderano diventare autonomi dopo un periodo d’emergenza, da coloro che invece non vogliono staccarsi dal servizio. I primi sono persone proiettate verso un’indipendenza completa dal servizio d’assistenza; costoro vedono il servizio stesso come strumento temporaneo di cui servirsi, ma dal quale non vogliono dipendere. I secondi, detti comunemente assistenzialisti, non osservano il proprio accesso alle strutture d’accoglienza come distorto e speculativo, bensì come funzionale alla loro permanenza sul territorio. Gli assistenzialisti sono utenti “adagiati” sui servizi, senza la minima intenzione di rendersi autonomi con le proprie forze. Costoro sono più frequentemente utenti abituali, afflitti da un forte disagio relativo alla loro condizione d’immigrato. Si parla poco di coloro appartenenti alla prima categoria, perché in linea di massima non creano problemi alla gestione quotidiana, salvo ovviamente eccezioni. Si parla invece di coloro che contrastano il servizio, cercando di sfruttarlo durevolmente. Gli assistenzialisti corrono però il rischio di cronicizzare, la loro presenza presso le strutture. Essi, con il loro comportamento, sottraggono risorse utili a persone che molto probabilmente versano in condizioni peggiori di loro. Anche queste persone vanno aiutate, ma non elargendo aiuti a pioggia, bensì tramite progetti personalizzati. In base all’esperienza degli operatori, l’utente che cronicizza la propria presenza ai servizi arreca un danno a se stesso e agli altri utenti: perché sottrae risorse utili a risolvere più casi; perché non impara a produrre da sé beni e risorse.
3.Osservazioni sul percorso di ricerca
Gli operatori cercano un’interazione umana con gli utenti stranieri, che però conservi un occhio critico e di controllo. I numerosi incontri giornalieri non permettono di gestire facilmente il rapporto amicale; infatti, in nome di un’amicizia anche solo presunta, possono essere avanzate richieste esose, pretese. L’impegno degli incaricati è di servire con simpatia e partecipazione la gente in stato di necessità, ben oltre il mero scambio domanda/risposta di beni e servizi. Al contrario, esiste una vasta gamma di sensazioni da parte degli utenti verso gli operatori. Essi li considerano controllori cattivi che danno o no le cose, oppure come persone disponibili su cui fare affidamento. Questo risultato dipende dalle interazioni instaurate dagli incaricati con gli utenti, nonché dalla disponibilità di questi ultimi a cercare qualcosa di più, della semplice fruizione materiale. La disponibilità al dialogo è in ogni modo limitata e strumentale, la maggioranza degli utenti stranieri interpella i servizi d’aiuto per risolvere i propri disagi, evitando contatti interattivi troppo coinvolgenti e profondi. Non è una contraddizione in termini, vanno di pari passo interazioni amicali e comportamenti strumentali. Non c’è discussione che tenga, la posta in gioco è troppo alta, si tratta del benessere, della qualità della vita. E’ per tale motivo che si possono definire soli gli operatori. La loro solitudine dipende dal non essere coadiuvati dagli assistiti. Semplicemente gli utenti non collaborano, non partecipano al buon funzionamento del servizio, poiché il loro obiettivo è di ottenere risorse, il resto non conta. La circostanza di disagio (inteso mancanza di benessere ossia non agio) impone un comportamento selettivo e speculativo. Non si possono giustificare azioni dedicate all’assistenzialismo, si riflette sul disagio dell’utenza che rende soli gli operatori. Costoro quindi manifestano fatica, devono gestire le risorse controllando che siano elargite nel modo più equo e giusto possibile. Ogni organizzazione deve avere proprie regole a disciplina del servizio, perché si deve evitare ad ogni costo il caos e la strumentalizzazione del servizio stesso. Ora, dando per scontato che i soldi non crescono sugli alberi, le risorse sono sempre e in ogni caso limitate, per tempi, luoghi, personale. Anche una banca non ha risorse illimitate, disponibili per tutti i richiedenti; a maggior ragione un ente assistenziale che si fonda sulla solidarietà civile e, in modo minore istituzionale, deve fare i conti con la gestione quanto più razionale possibile dei propri fondi. Citando l’assoluta importanza di norme interne non si deve rischiare l’inquisizione o il boicottaggio. C’è da ricordare che se ci sono regole interne esistono anche trasgressori delle stesse, che vi contrappongono azioni dedicate e strumentali. Il valore di questi approfondimenti è di tipo teorico, pratico, ma anche progettuale. L’utilità dell’osservazione diretta all’interno degli enti in questione si rivela molto importante, perché offre basi d’appoggio per comprendere qual è la realtà e come si evolve.
3.1. Discriminazione nel flusso di risorse
Le risorse materiali sono al centro della disputa, perché sono l’oggetto delle regole. Il nodo è proprio di aiutare il maggior numero di persone in stato di precarietà, evitare condizioni di reale discriminazione. Gli operatori utilizzano lo strumento normativo, per assolvere il difficile compito di separare il reale disagio da quello simulato. Il rischio per loro è di discriminare inconsapevolmente alcuni utenti (magari più meritevoli d’aiuto) a tutto vantaggio di un’agguerrita minoranza. Gli utenti assistenzialisti giocano molto bene su questo terreno, poiché per rispondere a tono ad ogni richiesta gli operatori devono conoscere perfettamente ogni caso individuale. Nella fretta, nell’insieme delle varie interazioni non è sempre possibile, perciò gli errori di valutazione incombono. In ultima analisi si deve quindi rilevare la necessità di allontanare gli individui che desiderano “campare” con gli aiuti gratuiti delle organizzazioni assistenziali. La vera discriminazione è realizzata dagli assistenzialisti per puro egoismo, a tutto danno della maggioranza degli utenti stranieri che vede limitato il godimento del servizio.
4. Conclusioni
Alla fine di questo breve percorso nei servizi si cerca di riassumere e raccogliere alcune considerazioni. L’attività degli enti d’assistenza prevede l’elargizione di risorse informative e materiali, ai soggetti (immigrati e autoctoni) in stato di bisogno che ne fanno richiesta. Quale impatto può avere sulla collettività la mancanza d’organizzazioni d’assistenza così descritte? Viceversa, qual è il peso di un servizio d’aiuto ai bisognosi che si adopera per un impegno così marcato? Di chi è il problema dell’immagine di un tale servizio? Ancora, interessa a qualche istituzione o privato cittadino se il fallimento/successo dell’impresa assistenziale assume caratteristiche rilevanti? Qual è l’impatto sociale della cultura del “pellegrinaggio assistenziale”? Si è accennato marcatamente alle regole interne, tese a disciplinare il servizio, a tutto vantaggio dell’utenza. Ciò propone un’ulteriore riflessione, perché ci sono individui che agiscono in contrapposizione ad esse. Sorge il problema di cosa fare dei trasgressori, allontanarli o cercare di redimerli, oppure cercare un’altra via. Questi ultimi sono il vero bersaglio del controllo, considerando che le risorse sono destinate a loro e non agli operatori. Un’analisi scevra da preconcetti e pensieri stereotipati aiuta a meglio comprendere gli spunti di riflessione fin qui introdotti. Si tratta di capire se gli operatori devono essere il solo e ultimo baluardo all’indigenza, oppure se ci sono spiragli per un intervento istituzionale. Nel momento in cui, all’interno dei servizi d’assistenza, avvengono delle speculazioni nel rapporto interattivo tra operatore e utente immigrato, occorre decidere se difendere a tutti i costi, il servizio, oppure l’accesso dell’utente. Sempre a ruota libera, ha valore per qualcuno, per la collettività, la presenza d’utenti reticenti alle regole, restii ad assoggettarvisi che vengono oppure non respinti dai servizi? E’ lecito pensare che se queste persone irrispettose non ottengono ciò che desiderano, lo vadano a cercare altrove, perciò considerando il notevole livello d’assistenzialismo d’alcune comunità d’immigrati, a chi deve competere questo problema? Alle Forze dell’Ordine? Ai politici? Che valore può avere la discriminazione nell’accesso ai servizi realizzata da una minoranza d’utenti assistenzialisti egoisti? Il dialogo è aperto, ogni confronto di prospettive è ovviamente lecito e accettabile. Questi temi vanno ad affluire nella discussione teorica ed empirica sull’autonomia dell’assistenza. Avendo alle spalle informazioni sperimentate e valutate sul campo, a seguito d’osservazioni mirate e critiche, si riesce ad imbastire una riflessione che inizia ad avere un suo peso nel panorama attuale. Pensare a quali sviluppi progettuali possa avere un tema come questo è presto fatto: ci sono persone che hanno bisogno d’assistenza, quindi si rivolgono alle organizzazioni a ciò attive; se queste strutture funzionano al meglio, la collettività può avvalersi di loro per affrontare la realtà immigratoria. Al contrario, se non funzionano per cause interne all’utenza (“pellegrinaggio assistenziale”), oppure per imputazioni strutturali (risorse materiali e umane), allora la collettività dovrà pagarne il prezzo in termini sociali. Deve interessare non solo l’attività delle organizzazioni assistenziali ma anche il loro destino, poiché la presenza da fantasma di un ente assistenziale può essere d’utilità solo perché vetrina, forma e niente sostanza, perciò si deve decidere se mantenere lo statuto iniziale o svuotarlo di significato.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Barbagli Marzio
1998, Immigrazione e criminalità in Italia, Bologna, il Mulino
Bonifazi Corrado
1998, L’immigrazione straniera in Italia, Bologna, il Mulino
Caritas di Roma
1999a, Anticipazioni dossier statistico immigrazione '99, Roma, Anterem
1999b, Immigrazione, Dossier statistico ‘99, Roma, Anterem
2000, Immigrazione, Dossier statistico 2000, Roma, Anterem
2001, Immigrazione, dossier statistico 2001, Roma, Anterem
Centro d’Ascolto e di Prima Accoglienza - Caritas Cesena-Sarsina
1998 (dicembre), Servizio Stranieri 1998, Cesena
Delegazione Regionale Caritas Emila-Romagna
1994 (dicembre), Centri d’ascolto e di prima accoglienza, Quaderno n. 4, Bologna
Gallino Luciano
1993, Dizionario di sociologia, Milano-Torino, Tea-Utet
Garatto Germano e Olivero Fredo (a cura di)
1995, Immigrati - La sfida di una società multietnica, Casale Monferrato (Al), Piemme
Giddens Anthony
1991, Sociologia, Bologna, il Mulino (ed. 1994)
Macioti I. Maria e Pugliese Enrico
1993, Gli immigrati in Italia, Roma-Bari, Laterza
Mazzara M. Bruno
1997, Stereotipi e pregiudizi, Bologna, il Mulino
Olivero Fredo
1995, Gli immigrati in Italia, in Garatto Germano e Olivero Fredo (a cura di), 1995, Immigrati – La sfida di una società multietnica, Casale Monferrato (Al), Piemme, pp. 35-103
Palanca Vaifra
1999, Guida al pianeta immigrazione, Roma, Editori Riuniti
Pasini Giuseppe e Dolazza Lorenza (a cura di)
1995, La Caritas, Casale Monferrato (Al), Piemme
Pasini Giuseppe
1995, La Caritas diocesana, in Pasini Giuseppe e Dolazza Lorenza (a cura di), 1995, La Caritas, Casale Monferrato (Al), Piemme, pp. 40-50
Pieretti Giovanni
1996, Per una cultura dell’essenzialità, Milano, Franco Angeli
Pollini Gabriele, Scidà Giuseppe
1998, Sociologia delle migrazioni, Milano, Franco Angeli
Scuola Regionale per l’Inserimento Sociale degli Immigrati
1999a (maggio), Rapporto n. 1 - Stato e Prospettive dei Servizi per l’Immigrazione, Techné -
Provincia di Forlì-Cesena, Forlì
1999b (settembre), Verso una rete di servizi: requisiti e prospettive, Techné - Provincia di Forlì-Cesena, Forlì
Torre T. Andrea
1995, I fenomeni migratori, in Garatto Germano e Olivero Fredo (a cura di), 1995, Immigrati
– La sfida di una società multietnica, Casale Monferrato (Al), Piemme, pp. 7-34