La fondazione della Monarchia Prussiana e la costituzione dell’esercito
1701
Il 18 gennaio 1701 l’Elettore Federico III di Brandeburgo, nel palazzo di Koenigsberg, attorniato dai personaggi della sua Casa, fra grande sfoggio di paramenti e di vesti, si calcava in testa la corona di Re di Prussia e quindi conle sue mani incoronava la Regina, sua consorte. Gli araldi, per le vie della piccola città, proclamarono che il Ducato sovrano di Prussia era elevato a Regno a favore del potentissimo Federico Guglielmo I.
Si fecero grandi celebrazioni, con salve di cannoni e luminarie, con feste sfarzose a Corte, che per l’occasione si era trasferita in pieno inverno, con largo seguito di personaggi di carrozze e di cavalli, da Berlino a Koenigsberg (Il viaggio durò dodici giorni in pieno inverno. Occorsero trentamila cavalli per il cambio nelle stazioni di posta. Venne istituito in quell’occasione, a perpetuare il ricordo dell’avvenimento, l’Ordine equestre dell’Aquila Nera). La concessione del titolo regio era stata ottenuta dall’Imperatore, dopo molte pratiche diplomatiche, con un solenne trattato. Essa rappresentò un grande successo di abilità del Grande Elettore, il quale forse l’aveva ricercata più per vanità del titolo, che per conseguire un risultato altamente politico, quale l’acquisto della dignità regia effettivamente si dimostrò.
Federico II scrisse su questo argomento nelle sue memorie: “Federico III, in verità, fu solleticato dalla esteriorità della Monarchia, dalla ostentazione delle sue pompe e da una certa affettazione dell’amor proprio, che si compiace nel far sentire agli altri la loro inferiorità. Quello che in origine era stato opera della vanità, si dimostrò poi un capolavoro di politica, La dignità regale liberò la casa di Brandeburgo da quel giogo servile, il quale la Casa d’Austria teneva allora tutti i principi tedeschi. Fu un esca che Federico III gettò a tutti i suoi discendenti e colla quale parve volesse dire: Io vi ho acquistato un titolo, rendetevene degni. Ho posto i fondamenti della vostra grandezza; sta a voi di compiere l’opera”. L’elevazione al Regno portava seco compiti poderosi e sanzionava una missione storica, alla quale la nuova Dinastia Sovrana della Prussia appariva naturalmente predestinata nell’evoluzione dell’Europa di quell’epoca. L’unità nazionale si era già compiuta in Francia e in Spagna: in Francia era stata raggiunta attraverso la lotta tra la nobiltà feudale e la monarchia, che era giunta all’apogeo, con la potenza e gli splendori di Luigi XIV. In Spagna aveva cementato l’unità la secolare lotta per scacciare gli Arabi invasori, lotta di carattere religioso ed etnico; ma il governo assoluto ed eccessivamente accentratore di Filippo II aveva fatto più male che bene. In Inghilterra l’unità era stata favorita dalla posizione insulare, malgrado le lotte interne. La Russia, sotto il regime organizzatore e accentratore di Pietro il Grande, si consolidava e si affacciava verso l’Europa. Restavano disgregate le popolazioni di stirpe tedesca, divise in numerosi piccoli stati, sui quali si estendeva, vocabolo senza sostanza, il Sacro Romano Impero, detenuto nominalmente dall’Austria, i cui regnanti erano più portati ad interessarsi degli stati ereditari, che a occuparsi del problema di dare unità agli stati confederati. Del pari disunite erano le varie parti d’Italia – soggette o contese fra Spagna, Francia e Austria – ad eccezione dei domini di Casa Savoia e della Repubblica di Venezia, che mantenevano la loro indipendenza con le armi o con le arti politiche, destreggiandosi fra i potenti e i vicini.
Gli Hohenzollern, originari di Svevia, si erano andati ingrandendo e avevano assunto una certa importanza durante la Guerra dei Trent’anni. Burgravi di Norimberga, avevano avuto nel 1411 l’amministrazione della Marca di Brandeburgo sulle rive dell’Elba, trasformata in dignità trasmissibile. Avevano poi ereditato nel 1618, da un altro ramo della stessa famiglia estintosi, il Ducato di Prussia. La Pace di Westfalia aveva loro procurato altri acquisti importanti (la Pomerania) ed aveva loro consentito di ampliare il territorio del Brandeburgo fino al mare (Ecco un esempio del metodo seguito per ampliare i domini diretti. Nel 1744 morì il Principe Carlo Edgar, della Frisia orientale, col quale si spegneva la stirpe maschile della Casa dopo circa tre secoli. Ne poteva seguire una contesa ereditaria che sarebbe stata lunghissima. Il maggiore prussiano Von Kalkreuth assieme al consigliere Homfeld, dirigente il distretto, presero senz’altro possesso del paese in nome del Re di Prussia. Gli Hohenzollern coglievano ogni occasione favorevole per arrotondare i loro stati, traendo profitto specialmente dalla secolarizzazione di alcuni Feudi ecclesiastici, da contese ereditarie e da opportune combinazioni di matrimoni). I loro domini erano dispersi e incastrati a mosaico fra gli altri territori, senza continuità, senza frontiere ben tracciate e sicure. Il Ducato Clèves, la Contea di Mark, il vescovado di Minden erano minuscole isolate signorie; fra il Brandeburgo e la Prussia si interponeva fino al mare un ampia regione, già feudo sminuzzato dell’Ordine Teutonico, che faceva parte del Regno di Polonia. Il paese piatto e difficile da difendersi, specie per queste soluzioni di continuità, era circondato da ambiziosi vicini, avidi di potere, gelosi delle proprie prerogative, in liti continue, pronti ad ingrandirsi a spese dei confinanti. Di essi i più potenti erano l’Austria, la Polonia, la Svezia e la temibile Russia, che stava sorgendo e aspirava, potenza slava, a divenire stato preponderante europeo.
Gli Hohenzollern diventati sovrani di Prussia, assumevano, per fatalità storica, la missione di dare unità nazionale ai popoli di origine tedesca. Questa missione, che si proiettava in un lontano futuro, imponeva allora compiti più ristretti ma immediati, che i successori del Grande Elettore seppero intuire e affrontare, eseguire. Si doveva dare continuità ai territori, il che si doveva fare lentamente e abilmente, come era stato fatto in passato, rettificando confini ed allargandosi a spese dei vicini, usando le arti della diplomazia e cogliendo ogni occasione favorevole; raggiungere confini atti ad essere difesi contro le ambizioni e la prepotenza degli stati limitrofi: e per questo era necessario preparare le forze per combattere quando si fosse manifestata l’occasione favorevole. A questi compiti deve aggiungersi la missione, già storicamente definita e che, dopo essere stata assegnata alla Marca del Brandeburgo ora veniva naturalmente ereditata dalla Prussia e trasmessa quindi alla Germani, di costituire di fronte al mondo slavo la diga di sbarramento contro ogni tentativo di invasione verso il centro e l’occidente europeo. Frontiera questa di civiltà, sia che opponga alle mali arti della politica e alla influenza di idee false e bugiarde, il contrasto di un'alta e civile cultura; sia che contro i tentativi di sopraffazione e gli apparecchi di forza bellica, opponga altrettanta e più potente forza, fatta invincibile dal sentimento patriottico, dall’elevazione dello spirito, dall’organizzazione e potenza delle armi.
La Monarchia Prussiana poté disporre nel proprio territorio, come già il Ducato di Savoia in Piemonte, di una popolazione che per qualità morali, per indole e per tendenze, era ben atta a divenire lo strumento della necessaria espansione. Gli abitanti, dediti in gran parte all’agricoltura, erano sudditi fedeli e attaccati alla terra che coltivavano, abituati all’ordine e alla disciplina; ubbidienti e devoti alla nobiltà locale e ai Cavalieri dell’Ordine Teutonico che lungamente avevano governato terre e villaggi. Opere di risanamento di terre paludose, istituzioni varie tendenti ad accrescere il benessere locale, introduzione di nuove culture, furono oggetto di appositi provvedimenti del Grande Elettore e del suo successore. Assoluto il governo, ma benevolo verso i sudditi, così che una tradizione di ordine, disciplina e di fedeltà si era stabilita nei rapporti fra la casa Regnante e le popolazioni soggette. Federico Guglielmo aveva adottata, come norma di governo, la massima “tutto per il popolo, nulla mediante il popolo”. La nobiltà, le classi elevate, servivano lo Stato nelle cariche di Corte e della magistratura; dovevano inoltre dare i Capi e gli Ufficiali necessari per inquadrare e condurre le truppe in battaglia. Rigidi osservatori, per tradizione e per indole, di una disciplina non solamente formale, essi furono i più efficaci fattori della potenza e del prestigio delle istituzioni militari, che si andavano formando. La popolazione di grado sociale inferiore, assai laboriosa e sobria, fisicamente robusta, si dimostrò idonea a fornire la massa occorrente alla formazione di una solida forza armata, quale era necessaria per l’attuazione della storica missione della nuova monarchia. Infine, collimando gli interessi dei governanti con quelli dei governati, un sentimento d’intima convinzione rendeva i giovani ben disposti a portare le armi, alimentando il loro spirito patriottico e guerriero.
Anche in Prussia il reclutamento mercenario si dimostrava insufficiente a fornire un esercito numeroso, quale sarebbe stato necessario. Altrove si usavano i peggiori sistemi e non bastando il denaro si ricorreva agli allettamenti della crapula (gozzoviglia) e delle femmine o alla frode, con risultati disastrosi per la compagine morale dei reggimenti, nei quali la massa dei combattenti era formata da elementi scadenti, rifiuti della società. In Prussia in luogo e a parziale sostituzione dei mercenari venne imposta da Federico Guglielmo la coscrizione. Già fin dal primo anno del suo regno (1704), aveva stabilito che coloro che per evitare l’arruolamento abbandonassero il paese dovevano essere considerati come disertori; aggiungeva che tutta la gioventù sia cittadina che rurale era obbligata a servirlo con i suoi beni e col sangue, secondo le condizioni sociali di ciascuno e “secondo l’ordine e il comando proprio dell’Altissimo Iddio”. “Nell’anno 1733 – scrisse Federico II – il Re (suo padre) divise tutte le province in cantoni (distretti di leva). Questi cantoni furono assegnati ai reggimenti, che da essi prendevano in tempo di pace trenta uomini all’anno e in tempo di guerra fino a cento; ciò manteneva l’esercito sempre in efficienza, permettendogli di attingere ad una fonte sicura di reclutamento, per rinnovarsi senza interruzione”. Con due ordinanze del 1 e del 18 maggio 1733, tutti i fuochi (famiglie) esistenti vennero raggruppati in distretti e assegnati ai vari reggimenti di fanteria o cavalleria. I distretti reggimentali erano poi suddivisi in dieci parti eguali e queste assegnate a ognuna delle dieci compagnie. Successivamente, nel settembre, venne pubblicato il regolamento nel quale era stabilito che tutti gli abitanti erano “nati per le armi” e “obbligati” a prestare servizio nel reggimento, nel cui distretto cantonale erano nati. Erano esclusi dall’obbligo i figli delle famiglie nobili o dei grandi proprietari terrieri; ma essi erano per altra via obbligati a servire come ufficiali. Furono invece esentati i figli unici esercenti determinate professioni, i figli di coloni immigrati e dei ministri evangelici. Il servizio di leva, come ora si direbbe, non era lasciato all’arbitrio dei comandanti di reggimento residenti, ma veniva regolato dai presidenti dei distretti.
I mercenari furono ridotti ad un terzo degli effettivi, mentre gli obbligati alla leva venivano chiamati e trattenuti sotto le armi per alcuni periodi dell’anno a scopo di istruzione. Mercenari e uomini di leva partecipavano ala formazione degli stessi reparti, con notevolissimo duplice vantaggio, dal punto di vista morale per lo spirito patriottico che vi apportavano le reclute di leva e dal punto di vista professionale per l’abilità specifica che distingueva i mercenari, quanto all’addestramento. La permanenza sotto le armi degli obbligati di leva era breve, non più di un anno e interrotta da frequenti concessioni di permessi per lavoro. In caso guerra la chiamata sarebbe stata generale. Ne risultava, per il sistema di reclutamento adottato a base territoriale, una mobilitazione rapidissima e oltremodo semplice. Le operazioni di quella mobilitazione (che nulla avrebbe avuto da invidiare alle odierne, salvo per le masse ora tanto più numerose) erano state predisposte con meticolosa e sapiente precisione. Nei primi due giorni si presentavano ai reggimenti tutti gli uomini chiamati; nel giorno seguente si distribuivano loro armamento, equipaggiamento e cavalli, mettendo tutti in assetto di guerra; al quarto e quinto giorno tutto il reggimento al completo raggiungeva il luogo assegnato. “In conseguenza delle disposizioni dei quartieri e delle guarnigioni (scriveva un contemporaneo anonimo) le truppe possono riunirsi sulle frontiere della Sassonia e anche penetrare nel territorio sassone ed operare il passaggio dell’Elba nello spazio di otto giorni. Così pure gli eserciti prussiani possono invadere la Slesia austriaca ed una parte della Boemia, prima ancora che la corte di Vienna abbia avuto il tempo di ricevere avviso del loro concentramento. Ovunque vi sono truppe del Re, questi può agevolmente metterle in campo quando altri meno se lo pensa ed invadere, senza troppi ostacoli, quelle province che meglio gli convengano. La potenza prussiana sarà sempre formidabile per i suoi vicini, finché essi non si pongono in grado di prevenire i suoi eserciti, od almeno di giungere in tempo per mettere argine alle loro prime operazioni. E’ difficile concepire e farsi un giusto criterio della precisione con la quale tutto quello che ho detto sopra si esegua in Prussia”.
Parallelamente alle disposizioni per il reclutamento della truppa, il Re Federico Guglielmo provvide ad assicurare quello degli ufficiali. Occorreva ottenere che la nobiltà desse spontaneamente i propri figli all’esercito. Egli lo ottenne. Il grande centro di reclutamento fu il Collegio dei Cadetti – istituito a Berlino dove il numero degli allievi nel 1722 raggiunse i trecento. Vi era una certa avversione, specie nella Prussia Orientale, ad indirizzare i giovani alla carriera militare. Il Re designava tutti gli anni, scegliendoli personalmente, i giovani nobili dai dodici ai diciotto anni, che dovevano entrare nel Collegio dei Cadetti. Quelli che si mostravano riluttanti erano invitati perentoriamente o mandati a prendere da sottufficiali o gendarmi. In pari tempo egli cercava di persuadere i genitori del buon trattamento che i giovani ricevevano nel Collegio, dove erano alloggiati in belle camere ed avevano vitto sano e abbondante e s’insegnavano loro scienze, matematica, lingua francese, geografia, storia e discipline militari. Facevano esercizi a cavallo e scherma. Contemporaneamente si dava uniformità all’armamento ed equipaggiamento della fanteria, con l’adozione di fucili dello stesso calibro e della baionetta da inastare. Il Principe Leopoldo d’Anhalt Dessau, che fu uno dei migliori generali prussiani, aveva fatto adottare la bacchetta di ferro per ricaricare il fucile, la qual cosa accelerando il tiro di fucileria ebbe una grande influenza sul nuovo impiego tattico della fanteria. L’adozione dei regolamenti per l’addestramento, le varianti approntate alle formazioni dei battaglioni, la disciplina, l’ordine e la precisione dei movimenti, costituirono sotto il governo di Federico Guglielmo il primo saggio della perfezione, che doveva più tardi essere raggiunta da quelle truppe. Le innovazioni introdotte nella fanteria consistevano nell’assottigliamento dell’ordinanza lineare, che fu portata da sei righe a tre e nell’aumento della celerità del tiro di fucileria, con l’adozione della bacchetta e la modificazione del focone tronco-conico.
L’assottigliamento delle ordinanze rispondeva alla necessità, dato che il modo di combattere dell’epoca, di portare il maggior numero di fucili in linea: sicché scopo unico ed essenziale di tutte le modificazioni fu di aumentare il volume di fuoco della fanteria, ritenuto principale mezzo per disordinare e sconvolgere l’ordinanza nemica nella battaglia e ottenere la vittoria. Con l’accurato e meticoloso addestramento si ottenne la celerità di tiro di tre o quattro colpi al minuto, celerità fino allora ignorata e mai raggiunta prima in nessun altro esercito (Il fuoco si eseguiva a comando, a salva. La salva generale era di battaglione su tre righe, la prima inginocchiata. Nello stesso modo si faceva la salva di plotone, alternando i plotoni in ciascuna divisione, quando essi erano in movimento). Il fucile, unificato nel calibro, era munito di baionetta a ghiera, aveva una gittata massima di 200 mt. e il soldato portava con sé 90 cartucce.
Non bastava: l’abilità raggiunta nell’esecuzione del fuoco era pareggiata dalla perfezione del movimento. Ciò si volle per ottenere che grandi masse di fanteria potessero poi manovrare ugualmente nel campo di battaglia senza disordinarsi, passando dalle colonne di marcia agli estesi spiegamenti di linea. Le evoluzioni della fanteria erano allora lente; quella prussiana, mediante accurati e ripetuti esercizi, raggiunse un perfezionamento tale da dare l’impressione di un meraviglioso automatismo.
Ogni reggimento aveva due battaglioni e un numero di pezzi di piccolo calibro che tiravano a mitraglia. I battaglioni, costituiti da sei compagnie delle quali due di granatieri, manovravano con disciplina e ordine tali da essere “paragonabili al meccanismo di un orologio, dalle cui ruote, che ingranano ingegnosamente una con l’altra, risulta un movimento esatto e regolare”. Queste macchine animate si muovevano senza disordine ad un comando del loro capo, eseguivano le conversioni più difficili senza confusione e con rapidità che l’occhio aveva difficoltà a seguire.
“Un battaglione prussiano era una batteria ambulante; la prontezza con la quale caricava i suoi fucili produceva un fuoco che avvicinandosi continuamente, era infernale per la sua violenza e, superando tre volte in rapidità quello delle altre truppe, dava ai Prussiani una superiorità di tre contro uno”.
Le formazioni principali erano quelle utili sul campo di battaglia e cioè:
· La linea spiegata senza intervalli, su tre righe; ordine normale di combattimento;
· La colonna, a distanza intera per la marcia e la manovra, fuori dal campo di battaglia e per movimenti di fianco al coperto, per spiegarsi poi in linea, per conversione;
· La colonna serrata o colonna di divisioni a mezza distanza, per marciare direttamente sul nemico, con maggiore rapidità di spiegamento sulla testa.
Tutti questi passaggi di formazioni, gli spiegamenti dalla colonna e dalla linea spiegata il riformarsi delle colonne, costituiscono, ripetuti con meccanica precisione, la base delle evoluzioni e del movimento sul campo di battaglia in presenza del nemico (Il plotone era l’unità di manovra, il nucleo tattico elementare non solo per il fuoco, ma anche per il movimento, ossia per le conversioni. Le evoluzioni consistevano in conversioni di plotone. L’unità di combattimento era il battaglione, che si divideva in quattro divisioni di due plotoni ciascuna). Ma non tutto era forma e automatismo quello che si vedeva negli esercizi, negli sfilamenti in parata e in tutte le evoluzioni sulla spianata di Potsdam. Vi era l’applicazione di un procedimento metodico intelligente e una disciplina fondata non solamente sulla brutale distribuzione di piattonate e di colpi di bastone, ma improntata a comprensione, a benevolenza, a giustizia per la truppa, per i sottufficiali e per gli ufficiali.
Federico II riteneva che le basi della disciplina fossero l’obbedienza del soldato e il sentimento d’onore e di fedeltà dell’ufficiale; e voleva, come suo padre, che neppure la minima mancanza in servizio restasse impunita. D’altra parte si osservava la più grande equanimità nell’infliggere le punizioni, che, per quanto di carattere corporale, venivano proposte e decise dopo che la mancanza era stata ben accertata e valutata. Le punizioni per gli ufficiali erano spesso sanzionate dallo stesso Re (le mancane erano punite con un numero di piattonate e di colpi di bastone proporzionato alla gravità e secondo gli usi dei reggimenti, non ad arbitrio. Al soldato non veniva mai inflitta la punizione durante gli esercizi, ma quando il reparto si apprestava a rientrare in caserma: il sottufficiale prendeva nota del nome di chi mancava o errava e l’ufficiale provvedeva la punizione. I sottufficiali venivano puniti solo con piattonate, date personalmente da un ufficiale e secondo l’ordine del Colonnello. Gli ufficiali che commettevano una mancanza si dovevano presentare alla rassegna passata dal Comandante del reggimento; se la mancanza era grave se ne riferiva al Re. E’ da rilevare come le punizioni per l’ufficiale avessero solamente carattere morale). Egli conobbe personalmente l’animo del soldato, verso il quale nutriva grande benevolenza. “Siate suo padre e non suo carnefice – scrisse – abbiate di lui somma cura; che egli riceva regolarmente viveri e soldo. Parlate al soldato – generali o sottufficiali che siate – sia passando fra le tende al campo, sia in marcia, sia tra i pericoli della guerra; sorvegliate il rancio; fate insomma tutto ciò che è possibile per sollevare il soldato materialmente e moralmente”.
Alla truppa si dovevano risparmiare fatiche inutili; e in ogni caso spettava agli ufficiali dare l’esempio, sia nelle privazioni, sia nell’affrontare il pericolo della battaglia: il soldato acquistava così fiducia nel superiore e si esponeva nel combattimento con lieto animo. Il fante, mercenario o di leva, non era mai lasciato ozioso, ma lo si impiegava sempre, anche in lavori e operazioni minute. Tre ore di esercizio al giorno, con pause di riposo; progressione nell’addestramento, dai movimenti semplici a quelli più complessi. Ordine, precisione, vivacità, movimenti a scatto ammirevoli. Silenzio assoluto e correttezza irreprensibile nell’uniforme. Gli ufficiali al comando; i sottufficiali in serrafile per correggere e mantenere rigide le righe. Questo l’addestramento formale e disciplinare. Si eseguivano poi nell’estate esercitazioni d’insieme di tutte le armi, con forze numerose, preparate e condotte come in guerra, con grande discernimento, metodo e profitto.
La cavalleria prussiana, ereditata da Federico, non aveva caratteristiche speciali, eccetto l’alta statura degli uomini, montati su grandi cavalli (Federico Guglielmo ebbe una specie di mania per i soldati di alta statura e per averli, arruolando mercenari, egli che pure era piuttosto taccagno, non badava a spese. In alcuni reggimenti di cavalleria non c’erano soldati di statura inferiore a mt. 1,70 e per una recluta di 5 piedi (mt. 1,80) si pagavano 1.000 talleri. Federico così scrisse della cavalleria di suo padre: “essa era composta di uomini altissimi montato su cavalli enormi cavalli: erano colossi su elefanti che non sapevano né manovrare né combattere”). Essa caricava in linee continue su tre righe, facendo precedere alla carica di fuoco. Raramente caricava al galoppo, per lo più al trotto, con andatura lenta, a tutto danno dell’azione d’urto. Federico ne vide subito i difetti e vi apportò radicali trasformazioni, in base alle prime esperienze di guerra: vietò quindi di far fuoco e fece caricare al galoppo, indirizzando così l’azione di quest’arma alla sola potenza d’urto. Per dotare la cavalleria del fuoco, che, pur con l’aumentata celerità della carica al galoppo, restava necessaria per scompigliare le ordinanze nemiche, Federico, dopo la Guerra dei Sette Anni (1756-1763), istituì l’artiglieria a cavallo. Lo squadrone della cavalleria era suddiviso in due compagnie, che avevano ciascuna una settantina di cavalieri.
L’artiglieria prussiana era di due calibri, da 12 e da 6 libbre, i quali componevano la batteria in eguale proporzione. Ogni Batteria aveva otto pezzi, con una gittata massima di 400 mt. Un certo numero di pezzi leggeri, detti alla svedese, erano assegnati ai reggimenti di fanteria (..). L’arma godeva di poco prestigio, perché disseminata sulla linea e quasi non costituiva arma a sé: gli ufficiali provenivano dalle varie classi sociali e Federico non l’apprezzava molto anche per l’intralcio che apportava nei movimenti, date le difficoltà di traino per la qualità scadente dei cavalli di requisizione e le deplorevoli condizioni della viabilità in quell’epoca. “Per quanto non sia comoda l’artiglieria – egli scriveva – bisogna tuttavia ammettere il sistema di averne molta; io ho aumentato la mia, ed essa supplirà e provvederà a ciò che ancora manca alla fanteria”. L’aumento però fu introdotto durante la Guerra dei Sette Anni e fu consigliato dalla necessità di supplire con l’aumento del fuoco, alla diminuzione del numero e delle qualità della fanteria.
Il corpo del genio era di forza limitata e per l’organizzazione dei lavori difensivi disponeva di una trentina di ingegneri militari. La conformazione delle frontiere dello Stato, che non si prestavano ad una sistemazione difensiva e il genere di guerra che Federico predilesse, non fecero sentire la necessità di ricorrere alla fortificazione e in conseguenza a truppe del genio più numerose e meglio organizzate.
Il corpo degli ufficiali costituiva l’anima dell’esercito. Esso era tratto preferibilmente e quasi per intero dalla nobiltà, ma non ne erano escluse le altre classi sociali. La loro preparazione professionale si svolgeva nell’unica scuola dei Cadetti di Berlino. Quando Federico prese le redini del governo, gli ufficiali, specie i capitani, erano ottimi: maturi, solidi e bravi. Egli si propose di avere “pochi ma buoni generali, non troppi ufficiali e molti soldati”.
L’esercito aveva una forza notevole. In confronto con la Francia, assai più ricca e potente, che teneva sotto le armi non più di 150 mila uomini e dell’Austria che ne contava da 80 a 100 mila, il piccolo regno prussiano, con una popolazione di 2.240.000 anime, aveva 76 mila uomini in armi, dei quali 26 mila erano stranieri.
Fu con questo magnifico strumento, predisposto dal padre suo, che Federico poté attuare gli alti propositi che maturava nella sua mente, assai diversi da quanto potevano attendersi coloro che lo attorniavano nella corte e nell’esercito. Egli, malgrado il distacco spirituale che fu tra lui e il padre finché questi visse, ne riconobbe i grandi meriti scrivendo: “tutta la mia fortuna derivò dalla vita operosa e dalle sagge misure di Federico Guglielmo”.
L’attività e le cure del re Federico Guglielmo non furono rivolte solamente all’organizzazione delle forze militari, ma a tutti gli altri rami dell’amministrazione pubblica, nei quali portò un alto senso di moralità e giustizia, ordine e grandi economie. Soprattutto mirò a riformare l’amministrazione, sopprimendo le dissipazioni e le spese inutili. Abolì le cariche parassitarie a Corte: in luogo di cento ciambellani ne volle soltanto dodici; gli altri destinò all’esercito e ad altri uffici statali.
Riformò l’amministrazione della giustizia, di polizia, la finanza, sorvegliando l’esazione delle imposte e impedendo gli illeciti profitti. Ridusse la lista delle sue spese, dicendo che un Re deve essere avaro dei beni e del denaro del suo popolo. “Dette l’esempio – scrisse suo figlio – di un rigore e di una parsimonia degne dei primi tempi della repubblica romana. Nemico delle pompe e delle esteriorità imponenti della monarchia, nella sua virtù storica, rinunciò alle ordinarie comodità della vita”.
Diffuse l’istruzione istituendo l’obbligo scolastico; migliorò l’agricoltura; accrebbe le entrate dello Stato, che raggiunsero i sette milioni di talleri, lasciando il tesoro con un avanzo di circa nove milioni di talleri.
Tratto da Gen Salvatore Pagano “Le guerre di Federico II”, 1939 Zanichelli Bologna, pagg. 19-31