Editoriale

Editoriale XVIII

24 dicembre 2007
Troppo Natale

           Ti ricordi – chiese, nel paradiso degli animali, l’anima del somarello all’anima del bue – per caso ti
ricordi quella notte, tanti anni fa, quando ci siamo trovati in una specie di capanna, e là, proprio nella mangiatoia...?
Lasciami pensare.. ma si – confermò il bue. Nella mangiatoia c’era un bambino appena nato. Come lo potrei dimenticare? Era un bambino così bello.
Da allora, se non sbaglio – fece l’asino – sai tu, da allora, quanti anni sono passati? Figurati con la memoria da bue che ho!
Millenovecentocinquantanove, esattamente.
Caspita!
E, a proposito, lo sai chi era quel bambino?
Come faccio a saperlo? Era gente di passaggio. Certo, un fantolino meraviglioso. Chissà perché, non mi è mai uscito di mente. E si che i genitori parevano gente molto comune. Dimmi, chi era?
L’asinello sussurrò qualche cosa in un orecchio al bue.
Ma no! Fece costui sbalordito. Sul serio! Vorrai scherzare, spero.
La pura verità. Lo giuro... del resto, io l’avevo subito capito.
Io no, confesso – disse il bue. Si vede che tu sei più intelligente. A me, non mi aveva neanche sfiorato il sospetto. Benché, certo, a vedersi, fosse un bambino straordinario.
Bene, da allora, gli uomini, ogni anno, fanno gran festa per l’anniversario della nascita. E per loro non ci sono giornate più belle. Tu li vedessi. E’ il tempo della serenità, della dolcezza, del riposo dell’animo, della pace, delle gioie famigliari, del volersi bene. Perfino gli assassini diventano buoni come agnelli. Lo chiamano Natale. anzi, amico, mi viene un idea. Già che siamo in argomento, vuoi che ti conduca a vederli?
Chi?
Gli uomini che festeggiano il Natale.
Dove?
Giù sulla terra, no?
Ci sei già stato?
Ogni anno faccio una scappata. Mi hanno dato un lasciapassare speciale. Ma immagino lo possa avere anche tu. Dopo tutto, qualche piccola benemerenza possiamo vantarla, noi due.
Per aver scaldato il bambino con il fiato?
Su, vieni, se non vuoi perdere il meglio. Oggi è proprio la vigilia.
E il lasciapassare per me?
Subito fatto. Ho un cugino nell’ufficio passaporti.

Il lasciapassare fu concesso. Partirono. Lievi, lievi, come mammiferi disincarnati, planarono dal cielo sulla Terra. Adocchiarono un lume, vi puntarono sopra, il lume divenne una miriade di lumi, era una grandissima città. Ed eccoli, il somarello e il bue, invisibili, aggirarsi per le vie del centro. Trattandosi di spiriti, le automobili, gli autobus e i tram gli passavano attraverso senza danno, e a loro volta, le due bestie passavano disinvoltamente attraverso i muri come fossero fatti d’aria. Così potevano vedere tutto a loro agio. Era uno spettacolo impressionante, i mille lumi delle vetrine, i festoni, le ghirlande, gli abeti, lo sterminato ingorgo delle automobili che tentavano affannosamente di passare in angusti budelli e il formicolio vertiginoso della gente che andava e veniva, entrava ed usciva, si accalcava nei negozi, si caricava di pacchi e pacchetti, tutti con una espressione ansiosa e frenetica, come se fossero inseguiti. A quella vista il somarello sembrava esilarato. Il bue, invece, si guardava intorno con spavento.

Senti amico asinello, tu mi hai detto che mi portavi a vedere il Natale. Guarda che ti devi essere sbagliato. Te lo dico io: qui stanno facendo la guerra.
Ma non vedi come sono tutti contenti?
Contenti? A me sembrano dei pazzi. Ma non vedi che facce spiritate? Non vedi che occhi di febbre?
Perché tu sei un provinciale, caro il mio bue, che non ti sei mai mosso dal Paradiso. Tu non sei pratico degli uomini moderni, tutto qui. Per divertirsi, per trovare gioia, per sentirsi felici, hanno bisogno di rovinarsi i nervi.

Passavano fattorini in bicicletta con immense cataste di pacchi pericolanti, camioncini caricavano e scaricavano, gigantesche pile di dolci e montagne di fiori si disfacevano sotto l’assalto del pubblico anelante, lampadine si accendevano e spegnevano, strane canzoni simili ad urli rimbombavano da ogni parte. Il bue, valendosi della sua natura di puro spirito, fece una svolazzatina e si fermò a curiosare a una finestra del settimo piano. E l’asinello, gentilmente, dietro. Videro una stanza ammobiliata riccamente e nella stanza, seduta a un tavolo, una signora preoccupata. Alla sua sinistra, sul tavolo c’era un cumulo, alto circa mezzo metro, di carte e cartoncini d’ogni colore, alla sua destra, una pila di cartoncini bianchi. E la signora, con l’evidente assillo di non perdere un secondo, sveltissima, prendeva uno dei cartoncini colorati, lo esaminava un istante, poi consultava dei grossi volumi, subito scriveva qualcosa su una busta, chiudeva la busta, quindi prendeva dal mucchio di sinistra un altro cartoncino colorato e rifaceva la manovra. Le sue mani andavano così leste che quasi era impossibile vederle. Ma il mucchio dei cartoncini colorati era di impressionanti dimensioni. Quanto tempo sarebbe occorso per smaltirli? Era chiaro che quella sciagurata non ne poteva più. Ed era soltanto agli inizi.

La pagheranno bene, almeno – disse il bue – per un lavoraccio simile.
Sei ingenuo, amico mio. Questa è una signora ricchissima e della migliore società.
E perché allora si sta massacrando così?
Non si massacra. Sta solo rispondendo ai biglietti d’auguri.
Auguri? E a che servono?
Niente. Assolutamente zero. Ma chissà come, gli uomini di adesso ne hanno la mania.

Si affacciarono, più in là, a un altra finestra. E anche qui c’era altra gente che scriveva biglietti su biglietti, la fronte imperlata di sudore. Dovunque le due bestie guardassero, ecco uomini e donne che facevano pacchi, e preparavano buste, e correvano al telefono, e si spostavano fulmineamente da una stanza all’altra portando spaghi, nastri, carte, pendagli, e intanto entravano giovani inservienti con la faccia devastata dalla stanchezza portando altri pacchi, altre scatole, altri fiori, e nuovi mucchi di lettere, di plichi, di rotoli, di biglietti, di cartelle. E tutto, almeno a vedersi, era precipitazione, ansia, fastidio, confusione, e una terribile fatica. Dovunque arrivassero, era il medesimo spettacolo. Andare e venire, comprare o impacchettare, spedire e ricevere, imballare e sballare, chiamare e rispondere. E tutti guardavano continuamente l’orologio, tutti correvano, tutti ansimavano col terrore di non fare in tempo e qualcuno crollava, boccheggiando, sotto l’incalzante marea di pacchi, plichi, cartoncini, calendari, strenne, telegrammi, lettere, carte, biglietti, eccetera.

Dovunque arrivassero, era il medesimo spettacolo. Andare e venire, comprare o impaccare, spedire e ricevere, imballare e sballare, chiamare e rispondere. E tutti guardavano continuamente l0orologio, tutti correvano, tutti ansimavano col terrore di non fare in tempo e qualcuno crollava, boccheggiando, sotto la incalzante marea di pacchi, plichi, cartoncini, calendari, strenne, telegrammi, lettere, carte, biglietti, ecc.

Mi avevi detto – osservò il bue – che era la festa della serenità, della pace, del riposo dell’animo. Già – rispose l’asinello. Una volta era così. Ma, cosa vuoi, da qualche anno, all’avvicinarsi del Natale, gli uomini vengono morsi da una misteriosa tarantola e non capiscono più niente. Ascoltali, del resto.

Il bue ascoltò, stupito. Per le strade, nei negozi, negli uffici, nelle fabbriche, uomini e donne parlavano fitto fitto scambiandosi l’un l’altro, come automi, delle monotone formule: buon Natale, auguri, auguri, a lei, grazie altrettanto, auguri, auguri felici feste, grazie, auguri, auguri. Era un brusio che riempiva la città.

Ma ci credono? Chiese il bue. Lo dicono sul serio? Vogliono veramente così bene al prossimo?
L’asinello tacque.
E se ci ritirassimo in disparte? Suggerì il bovino. Ho ormai la testa ch’è un pallone. Comincio a sentire la nostalgia di quella che tu chiami atmosfera natalizia.
Be’, in fondo anch’io. Disse il somarello.

Sgusciarono attraverso le cateratte vorticose d’automobili, si allontanarono un poco dal centro, dalle luci, dal frastuono, dalla frenesia.

Dimmi, tu che sei prativo – chiese il bue ancora poco persuaso – ma sei proprio sicuro che non siano usciti tutti pazzi?
No, no, è semplicemente il Natale.
Ce n’è troppo allora di Natale, allora. Ma ti ricordi, quella notte, a Betlemme, capanna, i pastori, quel bel bambino? Era freddo, anche lì, eppure c’era una pace, una soddisfazione. Com’era diverso!
E’ vero. E quelle zampogne lontane, che si sentivano appena appena.
E sul tetto come un lieve svolazzamento. Chissà che uccelli erano.
Uccelli? Testone che non sei altro! Erano angeli.
E quei tre ricchi signori che portavano regali, li ricordi? Come erano educati, come parlavano piano, che persone distinte. Te li immagini, se capitassero un mezzo a questa baraonda?
E la stella? Non ti ricordi che razza di stella, proprio sopra la capanna? Chissà che non ci sia ancora. Le stelle di solito hanno vita lunga.
Ho idea di no – disse il bue, scettico. C’è poca aria di stelle, qui.

Alzarono i musi a guardare, e infatti non si vedeva niente. Sulla città c’era un soffitto di caligine.


Dino Buzzati
Racconto comparso sul "Corriere della Sera” del 25 dicembre 1959 (poi in “Lo strano Natale di mr. Scrooge e altre storie” – Mondadori Milano 1990), tratto da "Il panettone non bastò" Mondadori Milano 2004, pag. 79.


Editoriale XVI

5 ottobre 2007
Se tutto finisse domani

           Tempo fa ho letto sul sito dei Paradise Lost una domanda, fatta in modo referenziale agli stessi
membri del gruppo:“if all ended tomorrow?”, cosa faresti se tutto finisse domani? La domanda era riferita ovviamente alla ipotetica repentina chiusura del gruppo e delle sue attività. E’ domanda in pieno stile “gothic metal”, in pieno stile Paradise Lost. Bene. La frase mi girava in mente ieri sera mentre sistemavo i miei dischi, prima di coricarmi. Cosa faresti se tutto finisse domani? La contro domanda è molto semplice: tutto cosa? Se finisse il tempo libero? Se finissero le amicizie, o solo alcune? Se finisse quella relazione affettiva? Se finisse quel rapporto di lavoro? Se finissero i soldi? Se finisse tutto. Se finisse il benessere, se finisse la spensieratezza, la serenità. Se finisse la solidarietà. E’ seriamente troppo. In cuor mio sono sicuro che molti (in particolare coloro che conosco in ambito lavorativo) sarebbero più preoccupati del pericolo di perdere soldi e benessere, più che la gioia e la serenità fine a loro stesse. La domanda “se tutto finisse domani” si potrebbe riverberare perciò solo sul fattore monetario. Al diavolo il denaro.
Per me il “tutto” da conservare riguarda ben altro. Banale, forse si forse no. Ai tempi odierni nulla è più così scontato. Se “tutto” finisse domani io sarei molto triste, ma non potrei esserlo per molto tempo, mi sentirei di non perdere tempo. Cercherei il coraggio per ricominciare tutto daccapo. Di nuovo. Ma se il “tutto” fosse la vita stessa.. niente da fare. La vita è tutto. Il gradino di pensiero successivo è una vita bella con poca sofferenza. Scelta vincolante, è fondamentale. Il bivio. Non a tutti è concessa una vita spettacolare. Quindi se una vita è minore non vale? Divagazione. E’ pure vero che una vita eccezionale vale di più di una scialba. Miseria. Lo spirito di conservazione soccorre la riflessione e non solo. Pertanto alla fine si potrà dire che comunque sia, ogni vita ha la dignità di essere salvata, vissuta. Anche se fa schifo e si sta male, la vita ha i margini per essere migliorata. Ne sono certo. Bisogna provarci fino alla fine, quella ultima. In ultima analisi però il problema rimane bene altro: se tutto finisse domani non per causa nostra?


Luka


Editoriale XV

29 settembre 2007
Alti e bassi

           “Ogni giorno non è uguale al precedente, per tanti motivi.
Ogni giorno non è uguale al precedente, per tanti motivi. Ogni giorno ha le sue peculiarità, anche se al lavoro si fanno operazioni monotone, abitudinarie. Mi prodigo per rendere ogni giorno diverso e migliore del precedente. Non sempre va bene. E’ infatti una questione di alti e bassi. Taluni giorni sono migliori (quindi alti), altri giorni sono peggiori (perciò bassi).
Gli amici possono fare la differenza, questione inequivocabile, in bene o in male. Persone gradite (gli amici appunto) hanno la facoltà/il potere di sollevare il morale, oppure di affossarlo. E’ facile comprendere questo ragionamento.
L’altro capitolo, spinoso, è il lavoro. Ecco un “basso”. Intendo rendermi solidale con tutte le persone nella mia stessa situazione o in condizioni peggiori. Tutti conosciamo il significato del lavoro precario, il lavoro atipico. Collaborazione coordinata e continuativa, lavoro a progetto, altre definizioni ma con lo stesso senso: essere precari, non sicuri del proprio futuro professionale. A chi non sa nulla della questione (ma dove vivi? In una scatola da scarpe?) voglio rendere noto e/o ricordare che con in tasca un contratto atipico di collaborazione, non si può: Se per quanto riguarda il lavoro sono “bassi”, escludendo di menzionare l’arroganza l’abiezione l’ignoranza delle persone che incontro sul lavoro (roba da discutere in altri editoriali), si cerca di trovare “alti” altrove. Da buon sociologo mi interrogo sulle possibili soluzioni “socio-ambientali” a disposizione. Talora non è facile. Alcune persone sono di conforto, altre emergono dimostrandosi migliori, le attività extra lavoro sono un buon incentivo. Rimane il dispiacere per il comportamento di coloro che a parole si dicono amici, ma che i fatti invece smentiscono. Costoro non danno grande significato alla parola amicizia. E le ingiustizie si sprecano.


Luka


Editoriale XIV

22 gennaio 2007
Da un estremo ad un altro

           “A qualunque ora io mi alzi è inutile, la Sfiga si sveglia mezz’ora prima.”
Ho sentito dire questa frase appena usciti dalla proiezione del film “la ricerca della felicità” di Muccino. Le sfortune caricate sulla schiena del protagonista, interpretato da un bravissimo Will Smith, sono degne del migliore Lupo Alberto (come spiegato dalla signora che le ha pronunciate), con l’unica differenza che in quel film non c’è nulla di comico, aggiungo io.
Mi sono ricordato di quanto può essere dura l’esistenza per alcune persone, nonché quanto valga la speranza nell’economia di ogni giorno, proprio quando la stanchezza, l’angoscia, lo sconforto remano al contrario.
Si passa così da un estremo all’altro, il benessere per alcuni e l’indigenza per altri, privilegi e iniquità (c’è chi mi ricorda la politica quale specchio di questo). Chissà che prima o poi non si riesca a trovare una via d’uscita (e mandare tutti i politici a lavorare). Lo spero vivamente.


Luka


Editoriale XIII



24 dicembre 2006
Lunga ricerca nella notte di Natale

           Tetro e ogivale è l’antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio
nelle notti d’inverno.
E l’adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c’è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste alcune pressoché inesplorate.
Che farà la sera di Natale – ci si domanda – lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la città è in festa? Come potrà vincere la malinconia? Tutti hanno una consolazione: il bimbo ha il treno e pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli intorno sé, il malato una nuova speranza, il vecchio scapolo il compagno di dissipazioni, il carcerato la voce di un altro dalla cella vicina. Come farà l’arcivescovo? Sorrideva lo zelante Don Valentino, segretario di sua eccellenza, udendo la gente parlare così. L’arcivescovo ha Dio, la sera di Natale. Inginocchiato solo soletto nel mezzo della cattedrale gelida e deserta a prima vista potrebbe quasi far pena, e invece se si sapesse! Solo soletto non è, e non ha neanche freddo, né si sente abbandonato. Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per l’arcivescovo, le navate ne rigurgitano letteralmente, al punto che le porte stentano a chiudersi; e, pur mancando le stufe, fa così caldo che le vecchie bisce bianche si risvegliano nei sepolcri degli storici abati e salgono dagli sfiatatoi dei sotterranei sporgendo gentilmente la testa dalle balaustre dei confessionali.
Così, quella sera il Duomo; traboccante di Dio. E benché sapesse che non gli competeva, don Valentino si tratteneva perfino troppo volentieri a disporre l’inginocchiatoio del presule. Altro che alberi, tacchini e vino spumante. Questa, una serata di Natale. Senonché in mezzo a questi pensieri, udì battere a una porta. “Chi bussa alle porte del Duomo” si chiese don Valentino “la sera di Natale? Non hanno ancora pregato abbastanza? Che smania li ha presi?” Pur dicendosi così andò ad aprire e con una folata di vento entrò un poverello in cenci. “Che quantità di Dio!” esclamò sorridendo costui guardandosi intorno. “Che bellezza! Lo si sente perfino di fuori. Monsignore, non me potrebbe lasciare un pochino? Pensi, è la sera di Natale.”
“E’ di sua eccellenza l’arcivescovo” rispose il prete. “Serve a lui fra un paio d’ore. Sua eccellenza fa già la vita di un santo, on pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio! E poi io non sono mai stato monsignore.” “Neanche un pochino, reverendo? Ce n’è tanto! Sua eccellenza non se ne accorgerebbe nemmeno!”
“Ti ho detto di no.. Puoi andare.. Il Duomo è chiuso al pubblico” e congedò il poverello con un biglietto da cinque lire. Ma come il disgraziato uscì dalla chiesa, nello stesso istante Dio disparve. Sgomento, don Valentino si guardava intorno, scrutando le volte tenebrose: Dio non c’era neppure lassù. Lo spettacoloso apparato di colonne, statue, baldacchini, altari, catafalchi, candelabri, panneggi, di solito così misterioso e potente, era diventato all’improvviso inospitale e sinistro. E tra un paio d’ore l’arcivescovo sarebbe disceso.
Con orgasmo don Valentino socchiuse una delle porte esterne, guardò nella piazza. Niente. Anche fuori, benché fosse Natale, non c’era traccia di Dio. Dalle mille finestre accese giungevano echi di risate, bicchieri infranti, musiche e perfino bestemmie. Non campane, non canti.
Don Valentino uscì nella notte, se ne andò per le strade profane, tra fragore di scatenati banchetti. Lui però sapeva l’indirizzo giusto. Quando entrò nella casa, la famiglia amica stava sedendosi a tavola. Tutti si guardavano benevolmente l’un l’altro e intorno ad essi c’era un poco di Dio. “Buon Natale, reverendo” disse il capofamiglia. “Vuol favorire?” “Ho fretta amici” rispose lui. “per una mia sbadataggine Iddio ha abbandonato il Duomo e sua eccellenza tra poco va a pregare. Non mi potete dare il vostro? Tanto voi siete in compagnia, non ne avete assoluto bisogno.”
“Caro il mio don Valentino” fece il capofamiglia. “Lei dimentica, direi, che oggi è Natale. Proprio oggi i miei figli dovrebbero fare a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino.” E nell’attimo stesso che l’uomo diceva così Iddio sgusciò fuori dalla stanza, i sorrisi giocondi si spensero e il cappone arrosto sembrò sabbia tra i denti.
Via di nuovo allora, nella notte, lungo le strade deserte. Cammina cammina, don Valentino infine lo rivide. Era giunto alle porte della città e dinanzi a lui si stendeva nel buio, biancheggiando un poco per la neve, la grande campagna. Sopra i prati e i filari di gelsi, ondeggiava Dio, come aspettando. Don Valentino cadde in ginocchio.
“Ma che cosa fa reverendo?” gli domandò un contadino. “Vuol prendersi un malanno con questo freddo?” “Guarda laggiù figliolo non vedi?”
Il contadino guardò senza stupore. “E’ nostro” disse. “Ogni Natale viene a benedire i nostri campi.”
“Senti” disse il prete. “Non me ne potresti dare un poco? In città siamo rimasti senza, perfino le chiese sono vuote. Lasciamene un pochino che l’arcivescovo possa almeno fare un Natale decente.”
“Ma neanche per idea, caro il mio reverendo! Chi sa che schifosi peccati avete fatto nella vostra città. Colpa vostra. Arrangiatevi.”
“Si è peccato, sicuro. E chi non pecca? Ma puoi salvare molte anime figliolo, solo che tu mi dica di si.”
“Ne ho abbastanza di salvare la mia!” ridacchiò il contadino, e nell’attimo stesso che lo diceva, Iddio si sollevò dai suoi campi e scomparve nel buio.
Andò ancora più lontano, cercando. Dio pareva farsi sempre più raro e chi ne possedeva un poco non voleva cederlo (ma nell’atto stesso che lui rispondeva di no, Dio scompariva, allontanandosi progressivamente). Ecco quindi don Valentino ai limiti di una vastissima landa, e in fondo, proprio all’orizzonte, risplendeva Dio come una nube oblunga. Il pretino si gettò in ginocchio nella neve. “Aspettami, o Signore” supplicava “per colpa mia l’arcivescovo è rimasto solo, e stasera è Natale!” Aveva i piedi gelati, si incamminò nella nebbia, affondando fino al ginocchio, ogni tanto stramazzava lungo disteso. Quanto avrebbe resistito? Finché udì un coro disteso e patetico, voci d’angelo, un raggio filtrava nella nebbia. Aprì una porticina di legno: era una grandissima chiesa e nel mezzo, tra pochi lumini, un prete stava pregando. E la chiesa era piena di Paradiso.
“Fratello” gemette don Valentino, al limite delle forze, irto di ghiaccioli “abbi pietà di me. Il mio arcivescovo per colpa mia è rimasto solo e ha bisogno di Dio. Dammene un poco ti prego.”
Lentamente si voltò colui che stava pregando. E don Valentino, riconoscendolo, si fece, se era possibile, ancora più pallido.
“Buon Natale a te, don Valentino” esclamò l’arcivescovo facendosi incontro, tutto recinto di Dio. “Benedetto ragazzo, ma dove ti eri cacciato? Si può sapere che cosa sei andato a cercar fuori in questa notte da lupi?”

Dino Buzzati
Articolo comparso su “Il Nuovo Corriere della Sera” il 25 dicembre 1946, tratto da “Il panettone non bastò” Mondadori Milano 2004, pag. 25.

Purtroppo non è vero che a Natale tutti diventano più buoni. Egoismo, consumismo, lavoro, arrivismo, speculazione, prevaricazione vivono nel cuore di ognuno anche a Natale. Non c’è verso. Se una persona è cattiva tutto l’anno, sarà malefica anche a Natale, purtroppo. Parenti serpenti e colleghe carogne sono istituzioni vecchie come il mondo, ne ho avuto conferma anche quest’anno. Senza pudore né rimorso, i maligni si fanno beffe della festa per eccellenza. Insultano le persone con il loro comportamento, spargono i semi marci dell’odio. E’ una vergogna che si rinnova ogni anno, confermando la nemesi e allontanando la catarsi.

Buon Natale a tutte le persone buone.
Luka


Editoriale XII

4 settembre 2006
Freddo fuori stagione

            Anche questo anno si è conclusa l’esperienza di campo estivo in montagna, al Parco Nazionale
Gran Paradiso. Mi sono definitivamente innamorato di quella zona alpina, un vero gioiello naturale. Ho notato immediatamente molte divergenze rispetto all’anno scorso. Penso fosse inevitabile, ma non così marcatamente evidente. L’anno scorso ho vissuto una specie di rito collettivo, un esperienza sociale di gruppo quasi sul genere scoutistico, una condivisione dei momenti quotidiani squisitamente collettiva. Questo anno invece l’esatto contrario: ho vissuto un esperienza prettamente individuale, meno di gruppo. Ho vissuto il campo in modo più spirituale, in maniera più meditativa. Ho avuto la possibilità di estraniarmi a pensare, riflettere, scrivere. Ho partecipato ad escursioni più belle e significative, più impegnative, ho scattato molte più foto, ho osservato molti più animali nel loro habitat. Non intendo dire che preferisco un esperienza stilando la classifica, sono esattamente due esperienze diverse per qualità e intensità. Le ho apprezzate entrambe. Mi sento molto soddisfatto.
Ho scritto un altro diario, per la gioia di chi vorrà/avrà tempo di leggerlo. Devo solo ricopiarlo a computer. Per questo motivo evito di riassumere qui le fasi salienti dell’esperienza. Riguardo le foto (in formato diapositiva) beh, mi servirà molto tempo per scannerizzare le migliori e farle pubblicare, non è semplice. Penso tuttavia che arriveranno prima del diario. Mi piacerebbe farci dei quadri con un paio, soprattutto con quelle che rendono bene l’idea del freddo fuori stagione: la neve in pieno agosto. Fantastico. Il tempo è stato più clemente dell’anno passato, ha fatto meno freddo, ma la neve è comparsa prepotente nonostante tutto. La neve mi mette tanta allegria. L’imprevedibilità dell’ambiente di montagna è proverbiale oltre che affascinante.
Aspetto di partire ancora, per nuove o vecchie mete. Di già non sto nella pelle.

Luka


Editoriale XI

"Quanto tempo risparmia chi non sta a guardare quello che dice o fa o pensa il suo vicino."
(Marco Aurelio)

Talvolta sarebbe utile e bello recuperare la saggezza degli antichi. Questa frase si addice in particolare ad alcune persone che si vantano di essere intelligenti solo perché hanno studiato "legge", invece oltre ad essere patetiche sono pure povere di spirito. In generale questa frase si addice a tutti coloro che ficcano il naso dove non dovrebbero, arrampicandosi sugli specchi se gli si chiede spiegazioni. Tristezza.

Luka

2 agosto 2006


Editoriale X

23 luglio 2006
Foto menzionata

            Ieri sera 22 luglio sabato, nella splendida cornice della Villa Farnedi a Calabrina di Cesena,
è stata premiata ad un concorso. Ne parlo perché per una volta vorrei condividere la mia felicità con altri. Mi reputo un mediocre fotografo, nessuna ipocrisia. Ottenere un riconoscimento anche se piccolo è per me fonte di grande soddisfazione. Il concorso è stato bandito dalle Edizioni Farnedi di Calabrina appunto, il tema era l'acqua, oltre alle immagini (fotografia, pittura, altre tecniche espressive) le poesie. Questa è stata la prima edizione dove anche le immagini venivano valutate, in quanto nelle precedenti competizioni si chiamavano a raccolta solamente le poesie. E' stata una serata davvero affascinante, tra musiche e parole, immersi nel verde del parco. Una vera serata di carattere culturale, ammirevole, come vorrei che ce ne fossero molte di più in estate nella nostra città. Teatro, incontri con autori, spettacoli, letture di poesie, mostre fotografiche... magari ce ne fossero in numero maggiore e maggiormente fruibili, meglio pubblicizzati. Renderebbero meglio sopportabili queste afose serate estive. Non vorrei essere sempre costretto a rifugiarmi sulle Alpi per avere un po' di sollievo..!





Luka


Editoriale IX

2 maggio 2006
Arrivederci inverno

            Sono passati quattro mesi dall’inizio dell’anno.
Era inverno, freddo, buio, ma tutto sommato clemente. L’inverno è la stagione che preferisco. La primavera non è sempre "la bella stagione" come viene chiamata, per me è solo un passaggio, neppure troppo auspicato. La stagione più bella, più affascinante è l’inverno.. malinconica, avvolgente, fredda e imprevedibile, talvolta amara, come la vita stessa.. penso ne sia il sunto più probabile. L’inverno è ispiratore, ma è anche l’esatto contrario ossia soporifero, narcotizzante, sollecita grandi dormite. L’inverno è uno stato dell’animo, uno stato della mente. Non è necessariamente uno stato negativo, è la scoperta della meditazione, della tranquillità. Personalmente non riesco a concentrarmi con il caldo afoso, ma con il freddo si, eccome.
Nell’anima dell’inverno ci sono il ghiaccio e la neve, c’è il vento. Nell’immaginario collettivo invernale c’è il freddo, contrapposto ad un camino acceso nell’intimità casalinga. Nel mio immaginario oltre a tutto ciò, esiste anche il mio gatto Felipe, a presidio della mia coperta sul mio divano.
Amici e conoscenti discriminano la stagione invernale, poiché il freddo opprime le persone, le rende vulnerabili alle malattie influenzali. A mio parere è una sterile polemica, come quella che oppone gli amanti della cioccolata fondente agli adepti della cioccolata al latte (magari con le nocciole). E’ bello notare opinioni diverse, confrontarsi anche su argomenti così leggeri.
Come si saluta un amico che se ne va, saluto l’inverno. So che tornerà, mi rallegro, ma ora devo salutarlo, con una vena certamente malinconica. Arrivederci inverno.
E adesso? Dovrei forse dire “benvenuta primavera” e poi “bentornata estate”? Banale. Evito di impantanarmi in discorsi retorici sulla bella (?) stagione, che mi piace sia chiaro, tuttavia non mi pare così affascinante come la discriminata e bistrattata “brutta” stagione. Può darsi benissimo che se vivessi in Siberia (o in Alaska), in una casupola senza riscaldamento, dovendo sopportare una temperatura alle soglie dei -50° C, questo editoriale sarebbe diverso; magari evocativo di paesaggi esotici equatoriali. Le palme restano dove sono, con buona pace dei bagnanti sognatori.
Appare per certi versi un discorso futile questo, in un periodo dove le crudeltà umane sono protagoniste della scena sociale e mediatica. Infanzie violate e annientate, guerre senza fine, drammi familiari e personali, siparietti politici di dubbio gusto, lo sport nazionale preferito nel caos della corruzione. Non dimentico questi eventi, ritengo piuttosto che discuterne anche qui sarebbe ridondante. Ci sono già molte persone che ne parlano fino alla noia, preferisco lasciare a loro il fardello di questa incombenza. In ogni ambiente che frequento ho la possibilità di discutere, analizzare, ascoltare. E poi da ultimo, cavolo, chi ha voglia di stare sempre appeso agli argomenti più pesanti dei giornali? Ogni tanto fa bene allentare la presa, alleggerire la tensione.
Evviva l’inverno.

Luka


Editoriale VIII

27 aprile 2006

    Vivi come se dovessi morire domani, pensa come se non dovessi morire mai.

Luka


Editoriale VII

31 dicembre 2005

Un altro anno è finito, solita frase fatta ad effetto, ma il senso rimane.
Tracciare un bilancio come di solito si usa fare è una bella impresa. Nel 2005 sono accadute molte cose, eventi, progressi, involuzioni, ho fatto errori più o meno marcati, idee e progetti. Ho provato sulla pelle che osare da i suoi frutti, lanciarsi e tentare provoca risultati. Bella pensata potrebbe dire qualcuno, non così scontata dico io. Giorni letteralmente volati via assieme ad improbabili settimane, sono ciò che resta per me più tangibile, assieme allo stupore per la grande quantità di “tutto” ciò che ho fatto, da solo e con i miei amici. Certi progetti non erano certamente facili e da prendere alla leggera, buttarsi con fiducia fa sentire il brivido dell’imprevisto, se poi i risultati sperati si materializzano ecco che osare premia.
Il nuovo anno che cosa prospetta? Di preciso non so, intanto partiamo con il primo compleanno di questo sito, a febbraio, nato più per caso che per pianificazione architettonica. Le intenzioni erano di svago, sono rimaste tali ma con tanto altro ancora a farne da orizzonte. Mi rallegro. La partecipazione di alcune persone ai destini telematici della kabala-kydos è stata commovente. Prendo spazio per ringraziare tutti, proprio tutti coloro che hanno scritto anche solo una parola, un saluto, inserito una faccetta buffa nel guestbook o nel forum. Costoro hanno capito il senso della kabala-kydos, hanno dato il loro contributo affinché la baracca stesse in piedi, senza traballare. Per me è un risultato grandissimo.
Un ringraziamento particolare va agli amici più vicini: Andrea “Sakko” e famigliola, Stefano “Muflone” Webmaster + Paola “gagia”, Piero “il Gatto”, Matteo “snowboard king”, Ghigo e Mauri, Licia, Giada, Cristina e Susanna (RN), Marco Monia e Susanna, Francesco Marco e Ivano “da Via Pellippario 23”.
Un saluto altrettanto particolare agli amici del Judo Club Cesena, siete sempre in bolgia: Enriko “spalla devastata”, Giancarlo “quando si mangia?”, Roberto “macellaio scorretto”, Gigggi “ippon seoi”, Vittorio “philosopher”, Stefano “uomo letterato”, Filippo “master”, Roberto “master e combattente”, Sereno “sparaballen”, Monica “occhio nero”, Marta “w le cadute”.

Se ho dimenticato qualcuno la causa è il sonno (!!)

Buon 2006!

Luka


Editoriale VI

Domani una grande occasione, 24 dicembre 2005

"Poi, dopodomani, se occorre, torniamo pure come prima, si ricominci pure a fare le carogne,
a litigare, a odiare, a cercar di fregare il prossimo, si riprenda pure ad amare così ridicolmente noi stessi, a sfogare le basse cose dell'animo. Ma domani! In gamba, o amici, signore e signori. Dopo cinque anni di pausa, domani per la prima volta viene offerta una eccezionale occasione (ed è inutile ridacchiare con quell'aria superiore, diciamo pure cretina, come fa quel signore là in fondo). Dopo cinque lunghi anni lo spirito del Natale sarà di nuovo tra noi, un po' dappertutto, questa antica favola che non si consuma mai. Non soltanto nelle chiese, anche fuori a San Babila e alla Bovina, all'ospedale e tra le macerie, sui marciapiedi di via Padova, nei cimiteri, nei tram e nelle guardine, Dio Santo, e basterà veramente poco, basterà far così con la mano perché diventi anche nostro.
Non bisognerà stringere i denti, domani, per essere buoni, perdonare non costerà più fatica, né sorridere ai molti difetti della nostra esistenza; perfino la miseria e il dolore, con minimo nostro sforzo, si circonderanno in qualche modo di luce. Tante cose difficilissime, come il sopportare la vista del prossimo, diventeranno un giochetto.
Ora non vi domandiamo di impegnarvi. In seguito, se lo riterrete necessario - lo abbiamo già detto - tornerete pure alle solite carognate. Non vi chiediamo giuramenti o promesse. Più tardi, insomma, si vedrà. Ma, domani! Dopo tutto è il primo Natale decente dopo tanti anni, ce n'eravamo quasi dimenticati. Lasciatevi andare dunque, non datevi delle arie, per carità, quando avvertirete nell'aria, invisibile, la grazia di Dio che è tornata a cercarvi. Dimenticate per un giorno i soldi, il dolore, il sangue. Sorridete finalmente, anche senza nessuna apparente ragione. Guardate le facce degli altri uomini con maggiore calma e vi accorgerete che non sono poi così esecrabili come vi sembravano ieri. Non rispondete male, non dite bugie, un'occasione simile vi capiterà solo una volta all'anno e che cosa volete che siano cinquanta, sessanta altre giornate come questa? Non sarebbe un pazzia sprecarle?
E voi, giovanotti, che solitamente siamo costretti a giudicare molto male, lasciate stare il mitra, domani. Panettone o no, cercate anche voi una stanza calda di umana simpatia e statevene quieti un pochino. Per le strade deserte passeranno cittadini con pacchi di biglietti da mille e diamanti? Provate a lasciarli stare. Guardateli se mai dalla finestra senza spaventarli. Anche per voi, giovanotti irrequieti, quella tal cosa sarà dovunque distribuita nella stessa identica proporzione che per voi, dunque, sorridete con le vostre caratteristiche facce patibolari; date, a titolo di esperimento, dieci lire al povero, accendete lumini, costruite presepi, entrate magari in chiesa un istante, a vedere se non altro, per quello che costa! Scommettiamo che le vostre tipiche facce non saranno più tanto patibolari, che diventeranno quasi simpatiche? Almeno domani, ripetiamo, in via assolutamente provvisoria, senza impegni per l'avvenire. Dopo cinque anni di buio, non sarebbe una bestialità lasciar perdere così formidabile occasione? E poi chissà che il giorno dopo, può anche darsi, chissà che qualche pezzetto di Natale non vi rimanga attaccato addosso. Basterebbe anche un pezzetto molto piccolo, il Cielo in fondo si accontenta di poco, non vi si domanda di più."

Dino Buzzati
Articolo comparso sul "Corriere Lombardo" il 24 dicembre 1945, tratto da "Il panettone non bastò" Mondadori Milano 2004, pag. 15.

BUON NATALE !!!
Luka


Editoriale V

4 settembre 2005

Per chi mi conosce non suona strano il fatto che io sia sempre perplesso di fronte
all’estate. Un po’ perché non mi piace il caldo, un po’ perché nutro sempre troppe aspettative verso la cosiddetta “bella stagione”, fatto sta che quando giugno arriva inizio ad interrogarmi su come passare i prossimi giorni. Gli impegni invernali si interrompono, viene voglia di realizzare almeno in parte i “sogni” cullati tra novembre e marzo, insomma una bella rottura di scatole. Quest’anno ho deciso di prepararmi per tempo. L’estate del 2004 non mi è piaciuta per niente, la più brutta in assoluto dal 1981 (per quanto possa ricordarmi), anche peggio di quella del 1994 quando ero in divisa militare a Udine. In pratica nell’estate del 2004 ogni progetto è naufragato, l’ho dovuta passare meditando sulla successiva, ossia questa che sta per finire ora. Non avendo nessun vincolo, ho pensato bene di sfruttare appieno le mie “ferie” (odio questo termine da ragioniere) realizzando uno dei miei piccoli progetti di almeno venti anni fa. Sapevo che al Parco Nazionale del Gran Paradiso si organizzavano campi di volontariato per gente motivata e amante della natura. Sapevo che sarebbe stata un’esperienza unica e completa. Sapevo che prima o poi avrei realizzato questo progetto.
Il 2005 è l’anno giusto, così come il 1995 mi ha regalato un altro progetto (l’università), così com’è successo ancora prima nel 1985 (gli scout), per non parlare del 1975 anno in cui è nato mio fratello. Mi scuso per le riflessioni prolisse ma sono necessarie. Il 15 di agosto sono partito per Torino, il giorno 16 iniziava la mia esperienza al Gran Paradiso. Sono tornato a casa il 29 agosto pieno di soddisfazione e gioia per ciò che avevo vissuto, visto, imparato. Ho finalmente realizzato un progetto, che dormiva da almeno venti anni, già. Non ricordavo quali furono le idee iniziali, le scintille all’origine di tutto fino a quando non ho rovistato in cantina, trovando un libro letto nel lontano 1983 a scuola. Il libro in questione è “Scappa Bouc scappa!” di Carmen Pettoello Morrone (Ed. Sansoni, Firenze, seconda ristampa 1983): racconta la storia di un ragazzo che stringe una singolare amicizia con un piccolo di stambecco, nell’ambientazione del Parco del Gran Paradiso (Alpi Occidentali). Il piccolo stambecco viene salvato dal ragazzo, figlio di un guarda parco. Grazie a questo libro l’autrice ha vinto il premio “Olga Visentini” di narrativa per ragazzi. Durante l’estate del 1984 andai con la mia famiglia e mio nonno alle pendici del Monte Rosa (Alpi Occidentali), dove mio nonno lavorò in una miniera d’oro nel secondo dopo guerra. Per tutto questo tempo mi è rimasto qualcosa in mente, che mi ricordava le montagne la neve gli stambecchi. Avevo dimenticato le fondamenta ma non l’impeto verso quei luoghi così agognati. Sono andato proprio negli stessi luoghi descritti e raccontati nel libro letto ventidue anni prima, senza esserne consapevole. Per me questo ha dell’incredibile.
Un’esperienza del genere non si dimentica, merita un suggello, una celebrazione. Per questo motivo ho pensato di creare una sezione che sarà intitolata “Gran Paradiso” appunto, dove confluiranno le mie riflessioni, le foto, ma anche i pensieri di coloro che mi hanno accompagnato in questa unica esperienza. All’interno della sezione “Gran Paradiso” ci sarà pure un forum per l’incontro e la discussione ad ampio raggio, sui più diversi argomenti, dalla montagna alle questioni più normali della vita. Spero che tutti i miei amici lo prendano d’assalto approfittandone.
Il tempo stringe, il tempo è sempre poco, il tempo fugge e l’estate è agli sgoccioli, ma per me finirà solo dopo l’Oktoberfest di Monaco. Se volete venire in Germania mandate una mail.

Da ultimo, mando una grossa pernacchia a chi mi ha deriso per la mia scelta estiva, a chi ha addirittura cercato di farmi venire dubbi sulla bontà della stessa scelta: non c’è bisogno di dire il vostro nome, vergognatevi e basta!!

Grazie a tutti coloro che hanno lasciato un saluto nel guestbook.

Luka


Editoriale IV

30 luglio 2005

Gli ultimi sondaggi indicano in forte ascesa il timore degli italiani, rispetto ad un probabile
attacco terroristico nel “Bel Paese”. Più che probabile direi imminente, considerato come sono state assaltate Madrid, Londra, Ankara, Tel Aviv, Baghdad, ora pure il “paradiso degli italiani” Sharm El Sheik (o come diavolo si scrive). I terroristi islamici “passeggiano” in occidente, seminando bombe e dolore, indicando la soluzione nelle sofferenze che gli occidentali hanno già inflitto ai mussulmani di tutto il mondo. Parliamo di bombe metropolitane, portate a spasso da terroristi improvvisati ma molto motivati: davanti agli occhi hanno il paradiso islamico, il premio degli eroi che Dio darà loro, in più la soddisfazione di aver fatto saltare in aria qualche centinaia di odiosi, opulenti, schifosi infedeli europei e americani.
Questo è un salto nel buio. Accogliamo le bombe metropolitane come fossero persone da sfamare e proteggere, in cambio i portatori di morte si fanno un “bagno urbano” nel sangue occidentale, mi pare troppo salato questo conto, o no?? Non sono tutti così gli immigrati, almeno lo spero vivamente, ma le ultime indagini lasciamo ben poco da sperare: il terrorista sadico assassino potrebbe essere nascosto ovunque, anche dietro una carrozzella, come è successo in Israele.
E’ una abitudine per me rispondere al campanello e sentirmi dare del razzista, perché non voglio comprare nulla dal vù-cumprà di turno, come se io avessi in casa un fondo senza limite da utilizzare a favore di tutti coloro che me lo chiedono. Rispondo non compro nulla e come ribattuta mi sento dare del razzista. Bisogna che ci capiamo. Io non sono razzista, soltanto non mi va di essere assediato da nugoli di persone che mi chiedono di comprare cianfrusaglie e carabattole assortite, per non sentirmi in colpa. Intanto gli amici dei moralisti vù-cumprà fabbricano e tirano bombe in occidente.. allora chi è il razzista??? Io che non compro nulla da loro oppure loro (o i loro amici) che ci fanno saltare in aria??
Quando scrivevo la mia tesi ero alla Caritas come volontario, osservavo sociologicamente gli utenti del centro di accoglienza per le mie ricerche. Mi imbattei più di una volta in immigrati di lingua araba che, parlando in italiano agli astanti, sostenevano la supremazia della loro civiltà su quella occidentale, corrotta e infedele. Rincaravano la dose sottolineando che “ogni mussulmano è un kalashnikow”, “la società mussulmana dominerà l’occidente”, “presto arriverà il giorno della vittoria”. Mi chiedo cosa pensare davanti a queste affermazioni. Intanto i politici di casa nostra si divertono a dissertare su argomenti futili e inutili (l’opportunità filosofica e morale dell’accoglienza), a convenire (quasi tutti all’unisono) che i terroristi sono isolati, che sono pochi e neutralizzabili. Bene dico io, allora siamo in una botte di ferro, peccato che i politici non abbiano ancora capito che i terroristi hanno l’apriscatole universale. Siamo sulla stessa barca, inglesi, spagnoli, israeliani, americani, italiani, non c’è differenza quando minacciano la “fortezza Europa” o la “fortezza Occidente”, siamo un solo gruppo sociale, unito dal destino di essere bersaglio. Basta leggere i giornali per ridere delle boiate politiche e prepararsi a piangere, perché il terrorismo islamico è più efficiente e sicuro di un agente delle tasse.

La “kabala” continua a camminare, talvolta si ferma per i soliti problemi di tempo, poi arriva l’estate con le sospirate vacanze... i passi nel buio si sprecano, le foto pure.

Grazie a tutti coloro che mi hanno contattato e mi hanno detto la loro opinione.

Faccio tanti auguri ai novelli sposi Lucia e Francesco di Castiglion Fiorentino (ridente cittadina sull’Appennino Toscano, vicino ad Arezzo), grazie per la vostra meravigliosa ospitalità. Un saluto anche ai loro amici Jenni, Marco, Luca, Massimiliano e tutti gli altri che ci hanno fatto compagnia durante il ricevimento di matrimonio, spero di rivedervi presto.

Luka


Editoriale III

27 aprile 2005

Il mese di aprile è iniziato sotto brutti auspici, la perdita del Santo Padre Giovanni Paolo II
ha tracciato un solco molto profondo rispetto al mondo di domani. Personalmente sono stato molto scosso. L’incredibile movimento di persone verso Roma nei giorni del lutto mi ha fatto riflettere e interrogare, soprattutto sulle grandi potenzialità dei mezzi di comunicazione di massa, modernizzati con le nuove tecnologie. Molte persone (illustri e meno illustri, tanti chiacchieroni) hanno confrontato i vari eventi storici con questo: ciò che fa la differenza è sicuramente l’insieme d’informazioni veicolate al pubblico, trasportato nei luoghi grazie al telecomando. Tutto il mondo ha potuto assistere in costante diretta agli ultimi minuti del Grande Karol e ai primissimi del “nuovo” Joseph. Roma è stata “invasa” da circa quattro milioni di persone, proveniente da tutto il globo, ma dubito fortemente che tutti costoro fossero veri pellegrini, molti di essi in tv sembravano li per una scampagnata e un bagno di folla. Alcuni miei amici che sono stati a Roma in quei giorni mi hanno raccontato di folle commosse e assorte in preghiera. Sono assolutamente convinto che tra quelli ci fossero veri pellegrini, ma sono anche convinto che non lo fossero proprio tutti. In questo ragionamento mi ha soccorso il grande Elias Canetti (Premio Nobel per la letteratura nel 1984), con il suo studio fondamentale sulla massa (“Massa e potere” Ed. Adelphy, Milano), nella quale identifica il particolare orientamento antropologico di riunione in gruppo via via più grande (massa aperta), in diretta correlazione ad eventi significativi. Essendo poi l’uomo mimetico ossia soggetto ad imitare suoi simili o diversi (R. Girare “La violenze e il sacro” Ed. Adelphy, Milano, pag. 201 e segg.) si può facilmente intuire quali implicazioni ci siano dietro a fenomeni sociali di vasta portata come quelli odierni. Mi fermo immediatamente, poiché l’argomento in sé è particolarmente complesso e necessita di sedi più consone per la sua trattazione. Desidero rendere un semplice omaggio ad un uomo campione della Fede, atleta di Dio, stakanovista della pace, acclamato dalla folla già Santo. La sua esortazione a non avere paura vale più dell’oro.
Per quel che concerne la kabala, nuove foto e una nuova sezione compaiono ora, ma sento che è troppo poco per giustificare tutto il tempo passato dal precedente editoriale: esistono progetti, come di solito se ne fanno in questa stagione, ma purtroppo è il deficit di tempo libero a farla da padrone.

Luka


Editoriale II

Primo aggiornamento, 5 marzo 2005

La Kabala sta prendendo forma, il Kydos sovrasta sempre più la rete. Gli aggiornamenti
stanno seguendo un loro percorso autonomo rispetto all’editoriale, un po’ perché l’euforia di migliorare, cambiare, aggiungere ogni giorno qualcosa, non mi permette di far correre il secondo altrettanto veloce; un po’ perché il Webmaster (mitik) deve lavorare per suo conto, altrimenti non guadagna e non mangia..... stare a sentire tutte le miei idee richiede tempo e pazienza. Ormai gli sono debitore di numerose bevute e grigliate (in collina). Desidero segnalare il lancio di una seconda sezione di foto “Kabale” (1 e 2), il completamento (per ora) della sezione di foto “Pellippario 23”, la pubblicazione di altri articoli/ricerche nell’apposita sezione, nonché di altri “Passi nel buio”. Rinnovo l’invito a tutti gli amici di usare il guestbook e/o i contatti: ogni consiglio e messaggio riceverà attenzione. Grazie a tutti coloro che si sono fatti vivi.

Luka


Editoriale

Lancio del sito, 12 febbraio ’05

Ho faticato parecchio per scrivere questo primo numero dell’editoriale, ma ne è valsa la
pena. Dedico queste pagine agli eventi che mi hanno accompagnato fino ad ora. Dedico queste pagine anche agli amici che mi sono stati vicino mentre ero in balia degli eventi. Questo tributo è visibile nella sezione “Galleria” dove ho inserito (e inserirò) le foto più belle e divertenti. Mi piace dichiarare che ovviamente non troveranno spazio coloro che si sono distinti per ignoranza, cattiveria, insolenza: non li nominerò neppure poiché neanche questo si meritano… ne uccide molti di più l’indifferenza che la spada.

Cercherò di realizzare aggiornamenti costanti e sostanziali con nuove foto (anche vecchie di molti anni), articoli, ricerche, poesie e quant’altro, rispondendo anche alle eventuali richieste di chi utilizzerà i contatti di kabala-kydos.net. Gli aggiornamenti toccheranno a turno le varie sezioni, in base al materiale che riuscirò a raccogliere e preparare. Presto istituiremo una newsletter che segnalerà tempestivamente le novità, ma solo a coloro che vorranno iscriversi. Lanceremo la sezione “Passi nel buio” domenica 13 febbraio alle 21:20 precise.

Luka