Per comprendere i caratteri dell'economia italiana di guerra, è necessario risalire alla situazione instauratasi sulla penisola negli anni 1933-34, in cui si presentarono concrete le conseguenze della crisi mondiale, partita dagli Stati Uniti nel 1929. Essendo una crisi essenzialmente industriale, giunse in Italia in una fase postuma rispetto alle grandi potenze (Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Germania), per il semplice motivo che l'Italia era fondamentalmente un paese agricolo ed industrialmente arretrato. La conseguenza più evidente, è identificabile nella caduta generale dei prezzi, anche dell'oro. "La protezione doganale aveva potuto, in parte almeno, contenere la propagazione del ribasso ai prezzi dei prodotti nazionali di consumo interno, ma non aveva potuto esercitare alcuna azione su quelli destinati all'esportazione, (...) in particolare, il più forte gruppo d'industrie trasformatrici, quello tessile, aveva sofferto più di ogni altro, perché la crisi ne aveva spietatamente decimato le esportazioni, mentre l'altro gruppo, quello metallurgico e meccanico, aveva potuto più di altri avvantaggiarsi degli aiuti statali diretti , indiretti, mediante la creazione prima dell' IMI (dic. 1931) e poi dell' IRI (gen. 1933), due istituti a cui era stato assegnato il compito di intervenire nei settori pericolanti." (1) La crisi colpì profondamente il commercio e l'economia dei trasporti, danni che sommati a quelli dell'industria, andavano coperti con tempestività ed efficacia.
In tale contesto storico – economico di crisi mondiale, molti paesi tentarono di allacciare rapporti commerciali con paesi produttori di materie prime e derrate necessarie al proprio sostentamento, nonché per il piazzamento dei propri manufatti e prodotti finiti; a questo neo-mercantilismo si unì un forte protezionismo per la tutela e l'autosufficienza della propria economia nazionale. Queste aree satellite dovevano rientrare nei propri confini nazionali per poterle gestire a proprio piacimento e sfuggire agli oneri valutari connessi alle importazioni.(2) L'Italia, paese povero di risorse, aderì a questa politica sia per ragioni pratiche di necessità, sia per ragioni ideologiche e politiche. Non avendo un proprio impero coloniale, occorreva affrettarsi a costituirne uno: da qui l'iniziativa bellica contro l'Etiopia, l'unico pezzo di terra africano ancora senza padrone occidentale. In questo insieme si inserisce anche la politica autarchica e il piano regolatore dello stato. L'intenzione era quella di valorizzare ogni risorsa naturale e umana interna e di convogliare il risparmio verso i settori dichiarati appunto autarchici e verso l'industria di guerra: "Si provoca una ripresa degli investimenti nei settori sostitutivi di importazione, per cui la domanda potenziale si estende a quella fascia che prima era coperta dalle importazioni."(3) Questa mossa tentava inoltre di controbilanciare il forte calo delle esportazioni che riduceva l'accumulo di preziose divise estere, attribuibile all'ostinata difesa della "Quota 90" della Lira, nonostante la svalutazione di Sterlina e Dollaro, oltre che alla crisi del '29; nel 1934 le riserve valutarie erano diminuite di quasi tre volte. L'invasione dell'Etiopia con le commesse belliche e gli ordinativi annessi, si rivelò decisiva per la ripresa dell'economia; ma il costo dell'iniziativa coloniale fu addossato ai contribuenti, tramite la raccolta dell'oro alla patria, l'aumento generale dei prezzi e della tasse, l'emissione di nuovi prestiti nazionali (cfr. cap. 3 "Spese e finanza di guerra"). La ripresa riguardò tutti gli imprenditori, ma soprattutto i grandi gruppi industriali, che da questo momento in poi iniziarono ad arricchirsi notevolmente con le commesse belliche. Buona parte dei grossi profitti così ottenuti fu reinvestita per far ripartire gli impianti o per l'ampliamento delle strutture, la cui media nazionale rimaneva comunque molto al di sotto di quella dei paesi occidentali. La disoccupazione industriale si ridusse di quasi la metà nel periodo 1932-36; gli utili delle s.p.a. italiane realizzarono una crescita media del 7,28% nel 1937, contro un misero 1,5% nel 1933.
Molti piccoli imprenditori, appaltatori di cave e imprenditori edili, esercenti, nonché tremila famiglie di contadini raggiunsero il proprio "posto al sole", trasferendosi in Abissinia.(4)
La Guerra d'Africa avvantaggiò i privati e prosciugò le casse dello stato: si verificò un innalzamento del debito pubblico a seguito delle ingenti spese militari (la struttura militare era gravemente carente), la riduzione della riserva valutaria fino all'intaccamento della riserva aurea presso la Banca d'Italia; la costituzione delle scorte di guerra stava causando un vero e proprio esodo dell'oro. Il contingente in Abissinia richiamava continuamente valuta per le spese di sostentamento e controllo del territorio, battuto dai raid di bande armate di Etiopi, i quali con la collaborazione del resto della popolazione, rendevano magra la produzione agricola, che già di per sé aveva poco da offrire. La Società delle Nazioni disapprovò seccamente l'impresa italiana in Africa Orientale, decretandole contro l'embargo economico (9 ott. 935, decorrenza 18 nov. 1935). La risposta del governo italiano fu la consacrazione dell'autarchia (23 mar. 1936) e la ricerca di altri fornitori di materie prime. Tuttavia le sanzioni si rivelarono inefficaci, dato che Stati Uniti, Germania, Giappone e perfino Francia, garantirono le forniture necessarie alle industrie italiane.(5)
L'indipendenza economica e l'autarchia non furono raggiunte, a causa delle continue necessità di materie prime che solo l'estero poteva fornire, anche se tra il 1928 e il 1938 si registrò una diminuzione al 88% delle importazioni di tali materie e rispettivamente al 60% e al 52% delle importazioni di prodotti semilavorati e finiti. Il tasso di incremento della produzione industriale italiana fu di molto inferiore all'analogo di Francia e Inghilterra. Il settore agricolo non riservò dati migliori, anzi la situazione si stabilizzò ad un livello alquanto precario. La politica degli ammassi obbligatori e l'estensione del frumento anche a terreni a bassa resa e più indicati per altre colture, causarono il ricorso all'estero per oltre 1/4 delle necessità di grano.(6) Le sanzioni, l'autarchia, la cosiddetta politica mediterranea dell'Italia fascista, spianarono la strada all'alleanza con la Germania nazista, il cui mercato assunse un’assoluta preminenza nel panorama del commercio estero italiano. I nazisti non si dimostrarono di molto aiuto; infatti a parte una serie di accordi per la fornitura di carburanti, combustibili, frumento (cfr. cap. 2 "L'industria di guerra"), operarono senza scrupoli per "soffiare" ogni favorevole relazione commerciale con i paesi danubiano – balcanici, produttori di petrolio, carbone, derrate (Jugoslavia, Bulgaria, Ungheria, Romania), con i quali l'Italia aveva iniziato rapporti, in concomitanza con lo spostamento della propria politica estera, appunto dal Mediterraneo ai Balcani (1938-39).(7)
Un altro avvenimento della massima importanza, prima della II G. M., colpì gravemente l'economia italiana: la guerra civile spagnola (17 lug. 1936 - 1 apr. 1939). Il valore dell'apporto del governo italiano all'iniziativa del "Generalissimo" Franco contro il governo repubblicano spagnolo, è stato calcolato in £ 5.716.195.916 (valore del tempo), cui si aggiunsero un contingente di 50 mila soldati e le spese di addestramento in Italia dei volontari. Il risultato fu una perdita di risorse spaventosa, che ridusse all'osso le dotazioni dei corpi armati italiani, non ricostituite dopo la guerra d'Etiopia. "Franco si era impegnato a fornire, a parziale pagamento delle forniture italiane, minerali di ferro, piriti di ferro, ghisa, antracite, grano, cacao, olio d'oliva greggio, ecc. Ma anche su quel mercato (...), c'era un fortissimo concorrente, che era la Germania, la quale vi aveva mandato <<molti agenti di commercio, profondi conoscitori della piazza, i quali ci levavano di mano, senza tanti scrupoli e senza badare al prezzo, le partite di merci più appetibili, tanto da far accreditare la voce che la disponibilità delle occorrenti pesetas fosse loro assicurata gratuitamente o quasi da ...una clandestina fabbricazione >>."(8)
Questa disastrosa situazione, inasprita ancor di più dalla conquista dell'Albania (7-8 apr. 1939), si protrasse fino alla vigilia della guerra (1 set. 1939), quando l'Italia dichiarò la propria non belligeranza. Questo status portò immediati ed ottimi risultati: borse alle stelle, commesse industriali dall'estero, in aumento anche gli investimenti. Eloquenti sono i dati della bilancia dei pagamenti:
(Tabella 1)
1937
1938
1939
- 1992 Mln.
- 547 Mln.
- 9 Mln.
Fonte: Sommario di statistiche storiche italiane, 1861-1955, a cura dell'Istituto centrale di statistica, Roma, 1958.(1)
"Le ristrettezze di bilancio bloccarono molte richieste dei circoli militari per il rinnovo degli armamenti. Al fine di incrementare le riserve valutarie si giunse, anzi, ad autorizzare l'esportazione di materiale strategico, anche di quello messo da poco in cantiere, per una maggiore dotazione delle forze armate. Fra il 1938 e il 1939 le forniture all'estero di materiali militari di ogni genere salirono dalla cifra già cospicua di quasi un miliardo a più di due miliardi e mezzo".(1)
1940 – 1943
Gli industriali italiani e alcuni esponenti del regime, erano concordi nel volere mantenere il più a lungo possibile, questa condizione di non intervento bellico, al fine di risollevare la situazione economica, ricostituire le riserve valutarie e di materiali e non ultimo, per non rischiare un eventuale caduta della dittatura. Entrambi conoscevano molto bene la condizione dell'apparato industriale italiano, incapace di utilizzare a pieno le proprie possibilità produttive per mancanza di materie prime ed energia, ma anche incapaci a produrre su ampia scala, così come si produceva nei paesi occidentali; per non parlare dell'apparato bellico che era estremamente povero ed inefficiente. Per prepararsi adeguatamente alla guerra sarebbero occorsi, secondo lo Stato Maggiore dell'Esercito, almeno 4 o 5 anni, vista la carenza pesante di armi (artiglierie, carri armati, aerei da bombardamento, esplosivi, mitragliatrici, armi automatiche, ecc.), mezzi da trasporto ed equipaggiamenti vari (singoli e di reparto). A questo si può aggiungere la difficoltà nei rifornimenti di risorse dall'estero: il sistema ferroviario e marittimo erano impegnati negli spostamenti delle truppe.(1) Dal giugno del '40 fino all'8 settembre del '43, gli avvenimenti che si susseguirono, ebbero come protagonisti l'industria di guerra, la finanza di guerra e la militarizzazione tardiva dell'economia italiana.
L'INDUSTRIA DI GUERRA
L'uscita dalla crisi del '29, grazie alle commesse belliche, aveva segnato l'inizio di un nuova fase per l'industria italiana. Si veniva a delineare una forbice tra i settori dell'industria leggera (tessile su tutti) e i settori dell'industria pesante (siderurgia, meccanica). Cominciò così la contrazione dell'industria dei consumi civili e la grave crisi del tessile, il solo comparto industriale che con la sua notevole quota di export, trainava l'industria italiana. Infatti la politica autarchica, privilegiava l'industria di guerra nonché i settori sostitutivi di importazione. Gli investimenti erano orientati verso uno sfruttamento più intensivo di tutte le risorse nazionali. Questa tendenza è riscontrabile direttamente dalla tabella che segue. Si può notare il grande salto fra il 1933 e il 1937 (dopo la guerra d'Etiopia) e fra il 1937 e il 1939, a cui partecipano i settori metallurgico, meccanico e chimico; mentre il tessile rimane su valori bassi.
(Tabella 2)
Indici della produzione industriale italiana per settori. 1928=100
Anni
ind.gen.
Tessile
Metallurgica
Meccanica
Chimica
1933
80.5
76.6
88.0
71.6
-
1935
102.4
76.8
112.2
101.9
99.6
1937
108.7
83.7
114.1
131.8
133.2
1939
123.1
88.6
122.3
150.4
162.5
1940
120.6
91.9
122.0
173.5
156.6
1941
104.4
78.6
117.4
193.9
140.1
1943
78.9
52.9
106.9
202.0
87.0
Fonte: Istat, annuario statistico italiano e supplementi (1)
Il rigido protezionismo fece in modo che questi settori di base, si ampliassero grazie ad ingenti aiuti statali. Il tasso di occupazione risultò in forte aumento, in stretta relazione con l'economia di guerra, soprattutto nel periodo 1935-1939 e per settori, tra cui, quello meccanico diventa trainante.
(Tabella 3)
% di addetti per settori.
Anni
1927
1937/39
sett. meccanico
16.93
24.56
sett. chimico
2.98
3.72
sett. tessile
22.84
18.23
Fonte: Elaborazioni su dati censimenti Istat.(1)
Anche il settore dell'energia elettrica compie notevoli progressi dal 1937 al 1941, passando da 15.430 Kwh a 20.761 Kwh di produzione; dopo il 1941 e fino al 1945 subisce un calo costante (12.648 Kwh nel 1945).(1) La struttura industriale italiana di questo periodo, presenta un netto divario tra la propria capacità produttiva via via crescente ed il suo sottoutilizzo. Si caratterizza anche per l'obsolescenza degli impianti stessi, che furono ampliati ma non innovati tecnologicamente. Tali innovazioni e l'adozione di metodi organizzativi moderni, fu prerogativa di un gruppo ristretto di imprese.(2)
Il Problema delle Materie Prime
Il divario tra capacità produttiva e produzione, è importante perché porta direttamente alla considerazione di inefficienza e impreparazione dell'industria bellica italiana. E' un fenomeno articolato e complesso, che può essere fatto risalire, in massima parte alla mancanza di materie prime. Tale mancanza, per nulla risolta dall'autarchia, sommata alle difficoltà nei trasporti, fu la causa immediata dei rallentamenti e, in molti casi, delle soste della produzione bellica. I livelli di crescita della produzione erano ben al di sotto degli ampliamenti strutturali delle unità produttive, tanto che molti impianti furono ultimati e raggiunsero la loro massima capacità, quando la mancanza di risorse li costrinse a chiudere i battenti. Nel 1939 la produzione interna di materie prime riusciva a coprire solamente il 21% del fabbisogno; nel 1941, a guerra inoltrata, le importazioni di risorse si ridussero dal 79% al 51% per le difficoltà nei trasporti.(1) Secondo un accordo italo - tedesco del 24 feb. 1940, la Germania si era impegnata a fornire all'Italia 12 mln. di tonnellate annue di carbone, in maniera da coprire interamente il fabbisogno italiano. In realtà ne garantì l'invio di circa solo la metà, indicando i soliti problemi nei trasporti. Nel corso della guerra, le forniture belliche, di frumento ecc., ad opera della Germania, si fecero sempre più irregolari e ridotte, anche a causa dei bombardamenti anglo-americani. Nell'autunno del '43, con l'armistizio e la divisione del paese, la Germania bloccò del tutto i rifornimenti alle industrie italiane del nord, che si videro private anche dei sia pur modesti minerali di Toscana, Sardegna, Sicilia. Il crollo dell'economia fu completo.(2)
L'Industria degli Armamenti
Questo comparto acquistò, nel periodo 1935-39 e poi più marcatamente fino al 1943, un'importanza sempre maggiore. Dal primo dopoguerra fino al 1935, era caratterizzato da impianti vecchi e obsoleti e proprio per la sua inefficienza venne rilevato dall'Iri, che nel 1938 controllava il 70% della capacità produttiva, fornendo il 50% della produzione di questo settore. Dal 1935 in poi, sono stati attuati, uno sviluppo quantitativo e l’ammodernamento dell'intera industria bellica, in linea con gli incrementi nel settore meccanico, a cui essa era strettamente legata (cfr. tab2). Tuttavia, nel '39-'40, il comparto era ancora incapace di garantire il fabbisogno militare; la capacità produttiva poteva coprire, in media, il 30% delle necessità militari previste per un anno di guerra. Nel 1939, risulta che il settore della produzione bellica, costituiva il 5,54% delle fabbriche, con un numero di addetti pari al 14,7% e con il 20% della forza motrice rispetto all'industria meccanica nel suo complesso. Nel periodo 1940-43, ci fu un ridimensionamento di bisogni e obiettivi delle forze armate, ma anche un miglioramento quantitativo e qualitativo di alcuni settori propriamente bellici (meccanico) e di altri collegati (tecniche di produzione e standardizzazione delle stesse), che permise di colmare in parte, lo scarto tra, capacità produttiva e produzione e fabbisogni.
Alcuni dati sono eloquenti:
- triplicata la capacità produttiva di armi e munizioni;
- la produzione di artiglierie e siluri diventa 4-5 volte quella prebellica.(1)
Altrettanto eloquenti di tale sviluppo bellico e della militarizzazione dell'economia italiana, sono i dati sugli stabilimenti ausiliari, che passano dagli 872 nel 1938 (569.860 addetti), ai 1790 nell'estate 1943 (1.200.000 addetti).(2)
Gli Interventi Governativi per l'Industria di Guerra
Gli interventi statali per l'organizzazione dell'industria di guerra, non sono riusciti "ad elaborare e imporre una coerente politica di programmazione e di controllo nel reperimento e nell'utilizzazione delle risorse. (...) Fu lasciata così ampia libertà d'azione alla pianificazione, dei singoli comparti dell'amministrazione civile e militare pressati dalle sollecitazioni dei vari gruppi d'interesse del capitale pubblico e privato."(1) Nel 1935 viene costituito il Commissariato Generale per le Fabbricazioni di Guerra (COGEFAG). Questo organo risultava limitato nelle sue politiche di intervento e amministrazione, per vari motivi: non controllava le risorse più importanti come carbone, petrolio, carburanti e combustibili vari, energia elettrica; non possedeva né il controllo della politica delle commesse, né quello dell'amministrazione delle materie prime, il tutto lasciato invece liberamente ai ministeri interessati; non fu uno strumento di razionalizzazione della politica degli armamenti, perché non si avvalse assolutamente dell'esperienza accumulata, durante la 1^G.M., dal Ministero delle Armi e Munizioni. Nel 1939 il Cogefag fu trasformato in Sottosegretariato per le Fabbricazioni di Guerra (FABBRIGUERRA), ma le inefficienze di gestione non furono eliminate. A guerra inoltrata, fu creato il MINISTERO della PRODUZIONE BELLICA, con più ampie funzioni rispetto al Cogefag o al Fabbriguerra.
In conclusione, questi organi si dimostrarono inadeguati al tipo di organizzazione industriale necessaria, per una guerra di così vaste proporzioni, combattuta su più fronti, molto diversa da quella del '15-'18.(2)
SPESE E FINANZA DI GUERRA
Spese Straordinarie di Guerra
Riguardano in massima parte approvvigionamenti di materie prime, petrolio e carburanti (importati per circa il 79%), filati di cotone e lana greggia, prodotti agricoli (frumento, orto frutta, carne) e armamenti. Dall'autunno del '35 fino al all'autunno del '39, le spese italiane divennero estremamente pesanti, a causa dell'embargo internazionale, dei problemi e costi di trasporto (dazi, pedaggi navali, nolo di piroscafi stranieri), a cui si aggiunsero i costi di mantenimento dei contingenti e delle opere pubbliche nei territori occupati. Il tutto da pagarsi in valuta estera, tanto che furono fagocitati ben 12 Mld. di titoli esteri e 5 Mld. d'oro; nell'autunno del '39 le riserve auree erano stimate in circa 1.400 mln. di Lire.(1) Come già osservato, nel giugno del 1940, le scorte di risorse generali erano molto scarse e l'economia italiana molto lontana dalla militarizzazione. La crescita della spesa pubblica associata alla mancanza di risorse, fece balzare in alto l'inflazione a livelli incontrollabili, soprattutto a guerra avanzata.
(Tabella 4)
Spese militari e spesa pubblica totale. Mln. di £ corr.
Anni
Spese Mil.(M)
Spese totali (G)
M/G%
1935
7.152
23.233
30,8
1936
13.936
65.680
37,3
1939
16.366
41.315
39,6
1940
27.736
60.947
45,5
1941
60.710
103.249
45,5
1943
89.814
155.712
57,5
Fonte: Ministero del Tesoro.(1)
La Tab. 4 mostra la crescente incidenza della spesa militare sull'intera spesa pubblica, la quale subisce un imponente aumento dal '40 al '43.
Finanza di Guerra: Strumenti
Per il finanziamento della guerra, nel 1936 fu varato il procedimento del Circuito dei Capitali o Circuito Monetario, che si prefiggeva anche di combattere l'inflazione. "(...) le condizioni generali che si dovettero realizzare per il funzionamento del meccanismo riguardarono la disciplina dei prezzi e dei redditi, le limitazioni dei consumi e degli investimenti interni ed esteri, misure per ostacolare o frenare gli impieghi diversi da quelli in titoli di stato".(1)
Per il finanziamento della spesa pubblica e soprattutto militare, sempre nell'ambito del circuito monetario, furono utilizzati due metodi: il RISPARMIO PREVIDENZIALE e le operazioni del CONSORZIO per le SOVVENZIONI sui VALORI INDUSTRIALI (CSVI), con cui si scontavano le annualità iscritte nel bilancio dello stato per pagare opere, commesse e forniture già ottenute. Venne fatto ricorso ai pagamenti differiti per contabilizzare, ai fini della spesa bellica, solo le annualità ed eliminare così il peso effettivo del totale delle commesse, che però continuavano a gravare sulla struttura produttiva. Gli Istituti Previdenziali (Inps e Inail) parteciparono, al finanziamento indiretto della spesa pubblica interna e per le colonie, scontando presso di sé le annualità iscritte nel bilancio dello stato, utilizzando così il risparmio previdenziale. Ina e Inps, sottoscrissero il 40% del capitale della Sezione Finanziamenti Industriali dell'Iri, all'atto della sua costituzione.(2) La quota più grande di tutto il circuito del finanziamento, venne ottenuto dallo stato, grazie allo sconto di certificati che i privati realizzatori di commesse, presentavano al Consorzio, dopo il '36 ed elevatamente durante la guerra. I privati scontavano i certificati presso il Consorzio, il quale riscontava tali crediti presso la Banca d'Italia. Questi passaggi diventarono sensibilmente onerosi per lo stato, perché gli industriali fissavano dei prezzi più alti per le commesse ed ovviare così al peso finanziario da sostenere per scontare i crediti; e anche perché contavano sul fatto, che le amministrazioni militari avessero meno vincoli o restrizioni di bilancio.(3)
Finanza di Guerra: Provvedimenti Legislativi
Nel 1935, le misure adottate per coprire le spese di guerra e sostenere il meccanismo del Circuito Monetario, riguardarono l'utilizzazione della riserva valutaria, la riduzione della riserva aurea per reperire valuta pregiata, l'emissione del prestito "Rendita 5%" (DL n°1684, 20 set. 1935). Nel periodo 1935-40 furono introdotte politiche di inasprimento fiscale, controllo del credito (legge bancaria del 12 mar. 1936), controllo dei consumi con le imposte indirette, blocco dei salari (11 giu. 1940); venne colpito il capitale delle s.p.a. con l'introduzione dell'imposta straordinaria (13 gen. 1938).(1) Visti gli enormi profitti realizzati dai grandi gruppi industriali e da speculatori e risparmiatori in borsa a seguito della congiuntura bellica, vennero introdotti prelievi fiscali che colpirono il capitale privato e lo convogliarono verso i prestiti pubblici. Venne introdotta una limitazione nella distribuzione degli utili azionari, a non oltre il 7% del capitale versato (nov. 1940), per incentivare l'autofinanziamento; venne istituita un'imposta straordinaria sugli utili di congiuntura dello stato di guerra (1 mag. 1940, 1 lug. 1940) e sui maggiori utili azionari (lug. 1941).
Per far fronte alle prime spese di guerra, vennero anche emesse nuove banconote e prestiti a breve termine, con buoni ordinari e postali, poi trasformati in prestiti a lungo termine o perpetui.(2) L'aumento generalizzato dei prezzi contribuì a frenare i consumi, così come programmato dal governo, per sottrarre i prodotti al consumo civile e destinarli alle necessità militari. Purtroppo però la fuga inflazionistica fu lontana dall'essere controllata e poi arrestata, tanto che nel 1943 i prezzi diventarono insostenibili: il pollo a 100 lire, il cavolfiore a 10 cadauno, le anguille a 50 al Kg, l'olio a 80 e per un qualsiasi ettaro di terreno si andava da 100 a 500 mila lire, mentre il reddito nazionale pro capite era di £ 2616.(3) Le entrate tributarie ebbero un andamento sempre decrescente e i prestiti pubblici persero di importanza contemporaneamente alla crisi del regime: il fallimento della finanza di guerra era dovuta all'impossibilità di chiudere il circolo monetario, che si inceppava nelle sue condizioni di base. Le misure adottate furono attuate in maniera inefficiente dalle amministrazioni statali, a causa del caos che regnava in Italia in quegli anni. Il reticolo di imposizioni finanziarie risultava a maglie larghe per i grandi gruppi industriali, che vi si sottraevano e a maglie strette per i lavoratori, i quali dovettero sostenerne concretamente il peso.(4)
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
F. CATALANO, L'economia italiana di guerra, 1935-1943, Milano, 1969.
P. CIOCCA e G. TONIOLO (a cura di), L'economia italiana nel periodo fascista, Bologna, Il Mulino, 1976.
V. CASTRONOVO, Storia economica d'Italia, dall'ottocento ai giorni nostri, Torino, Piccola Biblioteca Einaudi, 1995.
L. Franck (a cura di N. Tranfaglia), Il corporativismo e l’economia dell’Italia fascista, Torino, Bollati Boringhieri, 1990