20 agosto ’05 sabato
Lezione di Simona e poi al ghiacciaio
Sveglia ore 7:30, colazione veloce e abbondante, solita interminabile fila in bagno. Decido per forza di lavarmi i denti in cucina. Alle 8:00 arriva Simona (una delle responsabili del Parco) a spiegarci come funziona il servizio di regolamentazione dell’accesso al Colle Nivolet, per la giornata di domenica. Tutti muti come pesci, nessuno fiata, io intanto ne approfitto per continuare a lavarmi i denti, tanto non devo parlare. A Simona piace parlare, si vede subito, passa a raccontare quali sono le manifestazioni ad appannaggio dei turisti nella Valle Orco. Inutile dire che dalla spiegazione ci ho capito poco, complice anche il dentifricio che proprio non ne vuole sapere di restare in bocca. Prima di uscire sono riuscito a occupare il bagno, meglio così, avrei rischiato il collasso con tutto quel che ho mangiato. Partiamo alla volta del Nivolet, in due gruppi, per conoscere anche questa zona in vista del servizio di domenica. Il tempo ispira una bella escursione, il sole è alto, ci sono poche nuvole. Già arrivati al Lago Serrù si sente l’aria più frizzante, man mano che saliamo il fresco aumenta. Il panorama è sempre più bello, si vedono i ghiacciai e il gruppo di monti attorno al Gran Paradiso, un grande spettacolo della natura. Arrivati al Colle ci dividiamo in gruppi, io proseguo verso Punta Basei con Cinzia e Geppo (lo stambecco calabrese). Il sentiero si snoda attraverso laghetti alpini naturali, marmotte, con lo sfondo offerto dai ghiacciai sopra i 2.900 metri. Dopo pochi passi vediamo una bella cascata scendere tra le rocce, Cinzia mi impedisce di fare foto, assicurandomi che al ritorno ne avremo tutto il tempo. Riesco comunque a scattare qualche istantanea. Durante il cammino sento cambiare la destinazione, ora si parla di arrivare al ghiacciaio e non più alle sue basi. Fare qualche fotografia sulla neve tenta parecchio anche me. Arriviamo abbastanza in alto, costeggiamo alcuni laghetti, da qui secondo Cinzia deve passare il sentiero per salire in quota. Ripassiamo due volte nello stesso punto, c’è qualcosa che non funziona. Cinzia si inalbera, non riesce a trovare il vecchio sentiero. Da lontano vedo un gregge di pecore, Cinzia si illumina gridando “Piero! Lui si che sa dov’è il sentiero!”. Piero è un pastore indigeno, oltre la mezza età, con folta barba da montanaro e caratteristico cappello alpino in testa. Informandomi vengo a sapere che durante i mesi estivi vive in quota dentro una tenda, per meglio seguire il gregge al pascolo. Mi chiedo come faccia: siamo oltre i 2.600 metri e quando arrivano le nuvole meglio che possa andare è pioggia, altrimenti nevica! Piero da buona persona ci offre vino, è in compagnia di tre suoi amici. Come prima risposta decliniamo, poi Geppo cambia idea e accetta, alla fine accetto pure io nonostante abbia già smaltito tutta la colazione: penso al rischio di arrivare ubriaco in vetta. Il vino invece va giù che è una bontà, non mi lascia effetti di ebbrezza anzi, mi concilia la camminata, sento una gran caldo. Decisione saggia, iniziamo a bere come disperati, tracanniamo di brutto. Piero è soddisfatto della nostra scelta, spiega a Cinzia il sentiero giusto: è sufficiente tenersi alti a destra sulla cresta. Capisco subito qual è l’antifona: la prima parte si alza parecchio in verticale, in mezzo ai sassi e alle rocce, prevedo una salita impegnativa. Prima di rimetterci in marcia assistiamo ad un bello spettacolo fuori programma, le pecore che guadano un laghetto per andare a brucare sull’altro prato, non ci sono sentieri per arrivarci. Ripartiamo, il paesaggio merita una poesia ad ogni passo, Cinzia ci consente di scattare qualche foto. Il tempo peggiora in pochi minuti, si alzano le nuvole e il vento freddo ci investe. La salita è resa più difficile dalla cattiva segnalazione del sentiero, rischiamo di prendere una falsa pista e di finire chissà dove. Lungo il tragitto incontriamo solo due gruppi, il primo al prato davanti al ghiacciaio, il secondo esattamente a 3.000 metri di altitudine (una signora portava con sé l’altimetro). Mancano solo 130 metri di dislivello, qualcosa come quaranta minuti di cammino, ma è dura. Spira un vento gelido, vediamo la vetta sempre più vicina. L’acciottolato impedisce ulteriormente la salita, si scivola parecchio. Inizia a nevicare, mi devo fermare un attimo per mettere maglione e giacca vento, guanti. In cima lo spettacolo è impagabile, doppio panorama con a destra il secondo versante ghiacciato, un altro laghetto in lontananza e alte vette; a sinistra il ghiacciaio oggetto della nostra escursione. Nevica più forte, penso sia ancora più bello considerato che è agosto! Estraggo la foto camera dallo zaino e svuoto il rullino, foto a nastro. Cinzia è risoluta ad andare ancora più in alto, sulla cima assoluta, ma il percorso è peggio del previsto. Io rimango in basso, anche se sono molto più avanti di prima. Mi stendo a pelle d’orso sulle rocce per fotografare meglio. Ad un tratto sento Cinzia chiedere bonariamente aiuto, è rimasta bloccata sul cippo in un punto impervio, non riesce più a trovare il passo giusto per scendere. Da perfetto gatto sornione colgo l’attimo e fotografo la scena. Geppo riprende il sentiero per andare da lei, passa lateralmente sulle rocce e nota la presenza di una scala di ferro che porta alla cima più alta, aggrappata alla parete liscia. Geppo riesce a raggiungere Cinzia e a convincerla a scendere per un sentiero più facile. Quando arrivano alla mia postazione, Cinzia proclama Geppo suo eroe e salvatore. Il tempo peggiora, aumenta l’intensità del vento e le nuvole si abbassano di più, abbiamo giusto pochi minuti preziosi per addentare un panino e si riparte, stavolta scendiamo in verticale e molto velocemente. Sui sassi e sulla neve rimane il solito problema, il sentiero male segnato non ci permette un passo spedito. Sbagliamo di nuovo strada e dobbiamo tornare indietro altrettante volte, ma almeno vediamo le stelle alpine. Cinzia decide di accelerare il passo, deve incontrare sua sorella al rifugio Savoia. Ci lascia soli saltellando veloce in discesa, io e Geppo proseguiamo soli. Qualche chilometro avanti riprendiamo Massimo e Sabrina, di ritorno dal loro giro su un altro sentiero. Assieme a loro raggiungiamo il rifugio, dove ci attende una gustosa cioccolata calda... Prima di entrare, sulla strada, siamo bloccati da alcuni muli che pascolano allegramente ai bordi della carreggiata. Altra occasione per scattare una foto esilarante, Geppo e mulo “all together!”. Al rifugio Savoia ritroviamo Cinzia, conosciamo sua sorella e il marito di lei. Intanto fuori inizia a piovere impietosamente, abbiamo evitato la doccia fredda per pochi istanti.
Alle 17:00 circa torniamo alla nostra foresteria. Sono tornato massacrato al rifugio Mila, l’emicrania mi pianta chiavistelli nella testa, inizio a sentire la stanchezza accumulata fino ad ora. Una bella doccia ristoratrice e devo essere di nuovo pronto per uscire, destinazione Noasca, c’è la festa paesana con spaghetti e musica. Abbiamo una prenotazione, ma la mia testa vorrebbe rimanere in branda. Alle 19:30 c’è l’ultima corriera, assieme a Geppo e Barbara sono stato “sorteggiato” per anticipare il gruppo alla spaghettata, che fortuna.. sfacciata! Come al solito ho dovuto fare tutto di corsa. Bene, non è serata per la pigrizia, velocizzo la pratica doccia e mi vesto. Ci scaraventiamo fuori che sta piovendo di brutto. La pioggia non accenna a diminuire, anzi, pare che non piovesse da almeno quattro mesi. Cinzia ci porta alla fermata, con giubilo generale. Per poco mentre torna indietro, un deficiente non si infila a pesce nella sua auto, faceva manovra come fosse cieco per davvero. Saliamo sulla corriera, facciamo due chiacchiere con l’autista, ci spiega come raggiungere la festa (ovviamente non è proprio sulla strada principale..), ci condona il prezzo del biglietto. Scendiamo, diamo in occhiata in giro e corriamo verso la festa, organizzata in un capannone alla meno peggio, con circa trecento posti a sedere. Nello staff di servizio ai tavoli riconosciamo Simona, la quale ci indica dove sederci. Dobbiamo attendere almeno quaranta minuti per vedere gli altri. Una volta al completo iniziamo la cena, ma soprattutto una bolgia imprevista e vorticosa. Sul tavolo campeggia un bottiglione di vino da due litri, preso immediatamente d’assedio prima che fossimo tutti attorno al tavolo. Alla fine abbiamo prosciugato quattro litri di vino, chi ne ha bevuto di più e chi di meno. Cinzia era “storta” ma anche altri erano ben allegri. Passano gli antipasti e gli affettati, tra i vari insulsi brindisi, ogni proposta veniva lautamente soddisfatta, una dietro l’altra, grande coinvolgimento. Claudio ruba il pane dai piatti dei vicini, Geppo lo imita velocemente, Emilia si trova in mezzo e impreca selvaggiamente. Inizio a divertirmi parecchio, nonostante l’emicrania. Nella concitazione di passare da un lato all’altro del tavolo, Fulvio scivola malamente e tira un tonfo pazzesco in mezzo alle risate generali. La cena prosegue a pari passo con piatti, brindisi e bolgia. Claudio sottrae panini e acqua anche a coloro che non c’entrano nulla con noi, in particolare alla famigliola alla sua destra... la signora in questione rimane molto perplessa. Brindiamo di seguito alla Romagna (12 volte), a Predappio (6 volte), alla Calabria (10 volte), alle marmotte (4 volte), alla Toscana (3 volte), alla Sicilia e a tutto ciò che ci passa per la testa. Si sprecano le foto in preda ai fumi dell’alcool.. spettacolo. Gli spaghetti e il resto lasciavano a desiderare, ma se ne sono accorti solo i più sobri. Prima che arrivasse il dolce, ho dovuto accompagnare fuori Cinzia all’aperto, perché “riprendesse conoscenza”. Al ritorno a tavola ho appreso che la mia porzione di torta era stata biecamente spartita dai presenti, in particolare Claudio e Geppo, i soliti ignoti. Mi sono arrangiato, al nuovo passaggio ho svaligiato la cameriera del suo vassoio. Alle 22:30 circa, privi di ogni ulteriore forza di volontà, ci siamo decisi a tornare indietro. Alcuni sono passati dal bar del rifugio Mila per l’ultima grappa, io collasso sul mio sacco a pelo.
21 agosto ’05 domenica
Al Colle del Nivolet
Sveglia alle 6:00 o giù di lì con sorpresa: la pioggia della sera prima aveva lasciato il posto alla neve, le montagne tutto attorno sono come pandori con lo zucchero a velo. Prima delle 8:00 arrivano i guarda parco, per accompagnarci al servizio sul Nivolet. Ressa e rissa per il bagno, il cui assioma è: “sempre occupato.. anche quando siamo tutti in cucina per mangiare, oppure di notte quando dormiamo”, pazzesco. Dopo colazione, con gli occhi a serranda mi preparo lo zaino, cambio il rullino alla Yashica che inauguro immortalando il paesaggio innevato. Quasi siamo buttati fuori dalla foresteria, rischiamo di arrivare in ritardo al lago Serrù. Salgo in auto con Claudio, stancamente raggiungiamo il lago con la diga e poi il Colle del Nivolet, con noi c’è anche Sabrina. Rimango estasiato dal panorama tutt’altro che estivo, fa un bel freddo pungente, neve ovunque. Il termometro segna 5-7 gradi. Mi piace molto rivedere questi paesaggi, ma senza la nebbia del giorno prima. Simona ci comunica per radio di raggiungere il rifugio Savoia e di aspettare. Sabrina dovrà seguire Simona, ma non ho capito per quale motivo. Appena sbarchiamo i guardaparco ci bersagliano con la neve, nel frattempo noto le nubi avanzare velocemente per mezzo di un forte vento. Rimaniamo per oltre un’ora al Savoia, facciamo qualche foto sulla neve prima che Simona ci dica di tornare indietro, a montare i due gazebo vicino al laghetto sulla strada. Sabrina rimane al Savoia, andiamo io e Claudio. Simona ci fornisce le consegne: montare in fretta i gazebo che ospiteranno il concerto del gruppo di musicisti classici “Archi Torti”. Naturalmente montiamo con tutta calma, sotto un’improvvisa nevicata che mi gela i piedi (non avevo indossato i calzettoni di lana). Mi esalto parecchio sotto i fiocchi che cadono copiosi, tanto che Claudio mi ordina di smettere di divertirmi! Non so quanto darei per poter passare il prossimo Natale quassù. Dopo il montaggio ci rimane del tempo per le chiacchiere. Alle 12:00 chiamiamo Cinzia per il rancio, che ci porta poco dopo con il bus navetta. Foto di rito in auto scatto mentre mangiamo l’insalata di riso. Il pasto è raggelante e degno del periodo di guerra sul Carso. Mi risollevo il morale con dell’ottima cioccolata alle nocciole intere. Il mal tempo non si placa, il concerto di musica classica viene spostato vicino alla diga del Serrù, dentro una delle sale del museo. Simona mi spedisce al rifugio Belvedere per comunicare il cambio di programma. Il gestore dal canto suo mi ipnotizza con una filippica disgraziata avente per oggetto madre natura, i turisti della domenica e i veri alpinisti. Riesco a sganciarmi e torno di sotto sulla strada. Cinzia mi vede e mi spedisce di nuovo al rifugio Savoia per direttissima, ad aspettare Massimo per il cambio. Il freddo aumenta, il vento porta a spasso una pioggia gelata. Rimango fuori dal rifugio e aspetto. Quando Cinzia mi consiglia di entrare nel bar e di prendermi una cioccolata calda, arriva Massimo. Cioccolata rimandata. Lascio la radio trasmittente e prendo la navetta per tornare alla diga. Lungo il percorso ho notato moltissime marmotte, la maggior parte che arranca a fatica su per i pendii. Un esemplare di piccole dimensioni attraversa la strada come fosse un gatto in città; l’autista inchioda secondo istinto e mi racconta che è già la terza volta che gli succede oggi. Il freddo non allenta la morsa, ora scende pesante la nebbia sulla diga del Serrù. Poca gente arriva al parcheggio. Faccio due chiacchiere con Dario, il volontario che si occupa dello stand dei gadgets del parco, lo vedo abbastanza infreddolito. Barbara si deve occupare dei questionari di valutazione della qualità dei servizi offerti dal Parco, ma il freddo infastidisce pure lei, perciò cerca riparo nella corriera parcheggiata poco più avanti. Quando arrivano i turisti esce a raccogliere i fogli, poi rientra di prepotenza. In una vicina sala del museo del Parco, continua il concerto del gruppo “Archi Torti”. Dentro alla saletta c’è poca gente, che tuttavia fornisce una cornice calda e accogliente. Continuo a notare che non sembra proprio il mese d’agosto, piuttosto novembre. Assisto all’esecuzione del “Bolero” di Ravel, mi piace parecchio. Scatto un paio di fotografie e torno al parcheggio. Il pomeriggio scorre via senza imprevisti o eventi strani fino a sera, quando smontiamo la postazione, sono ormai passate le 17:00. Riporto bandiere e cartelloni alla stazione dei guarda parco, che mi offrono ciliege sciroppate e barbera. Quando sono tornati tutti indietro, organizziamo i gruppi e scendiamo al rifugio Mila. Claudio, Cinzia, Geppo, Emilia chiudono il corteo dopo le 19:00, devono fare gli ultimi controlli. Intanto noi, primi superstiti, prendiamo d’assedio il bagno per la doccia rigenerante, Massimo il cuoco ispanico prepara la cena.
Nella serata scoppia il caso Geppo, che non trova più portafoglio e pantaloni. Si dispera e si arrabbia parecchio, minaccia di dar fuoco alla foresteria se non saltano fuori subito. Vaga come un’anima in pena, facendo discorsi seri e a tratti convulsi. Claudio si preoccupa e mi chiede se si tratta di uno scherzo, io penso di no, allora inizia una consultazione con tutti gli altri ragazzi. La ricerca continua fino a tarda ora senza alcun esito, Geppo minaccia seriamente di demolire il rifugio, bar compreso. Alle 22:30 Barbara mi aiuta a lavare i miei poveri pantaloni, disastrati dalla giornata sul ghiacciaio. Fin ché Geppo non si placa sarà difficile dormire. Mezz’ora più tardi Cinzia Emilia e Claudio ritornano dal solito giro post cena. Alle 23.30 mi stendo in branda, infischiandomene della confusione che ancora regna in cucina, sono cotto come una zucchina. Geppo è arrivato a cantare i suoi anatemi, regala minacce ad ogni cosa lo affianchi.
22 agosto ’05 lunedì
Al Lago Dres
Stamattina sveglia soft dopo le 7:30, sono talmente frastornato che cerco solo la marmellata. Geppo ricomincia la sua febbrile ricerca. Verso le 8:30 ritrova prima i pantaloni nell’armadio, poi il portafogli sotto al letto. Sale la soddisfazione di tutti, ma si sollevano anche grossi insulti per aver rotto le scatole a tutto il rifugio. Parallelamente da qualche parte si odono frasi dubbiose, in quei posti aveva controllato tutta la sera prima, come è possibile che abbia trovato ora gli oggetti persi?
Cinzia e Claudio ci precedono per fare la spesa, ritornano verso le 9:30, quindi prepariamo i panini e partiamo, destinazione Lago Dres. Sono in gruppo con Claudio, Massimo e Barbara. Percorso tranquillo fino a quando lasciamo la strada che costeggia il lago di Ceresole, saliamo nel bosco di larici e abeti bianchi. Da lontano vediamo Fulvio che ci segue da solo, ha scelto la giornata libera perché non voleva rifare lo stesso sentiero degli altri. Dopo un’affannosa rincorsa ci raggiunge vicino al bivio del sentiero che ha scelto. Mi piace questo sentiero, ma il tempo non sembra promettere molto bene nemmeno oggi. Tira vento, in cima a oltre 2.000 metri c’è la neve. Sui monti di fronte ci sono pesanti nuvole scure, fanno intendere pesanti nevicate. Nella notte sicuramente è aumentato il manto nevoso sulle cime vicine. Il sentiero sale in mezzo al bosco, per terra sassi e rocce, radici degli alberi e cespugli di mirtilli, tracce di animali. Scattiamo qualche foto con lo sfondo di cascate, ruscelli e cime innevate. Prima di arrivare al Lago Dres, passiamo a fianco di case adibite a ricovero per greggi di pecore. Notiamo un masso gigantesco proprio prima del Lago, Claudio diceva di fermarsi lì a mangiare, ma Barbara lo sbeffeggia ammonendogli di arrivare più avanti, in pratica siamo arrivati. Il Lago Dres è un grande invaso di passaggio per l’acqua che dal ghiacciaio scende a valle. Sulla destra in verticale sulla montagna, notiamo un grande gregge di pecore. Il vento si diverte a sferzare e a raffreddare i nostri nasi. Dopo il pranzo frugale facciamo un giretto sulle alture intorno al Lago, poi decidiamo di tornare indietro. Considerato il tempo a disposizione, alla fine del sentiero svoltiamo a destra verso la diga, costeggiamo di nuovo il lago sull’altro lato e torniamo al rifugio. Lungo il sentiero osserviamo due scalatori che si esercitano sulla roccia. Arrivati al rifugio scatta lo scherzo a Cinzia. Claudio la chiama con la radio, dicendole di scendere in fretta a prelevarci sul sentiero, perché io mi ero fatto male. Lo scherzo sarebbe riuscito bene se Barbara non avesse suonato il campanello. Morale della storia: Cinzia cerca di linciare Claudio, inseguendolo per il pianerottolo. Nell’attesa che si liberi il bagno (sempre occupato, non c’è soluzione), ascoltiamo gli Helloween, sapore di casa. Cinzia e Barbara propongono di prendere una birra, così assieme a Claudio usciamo di nuovo, Massimo rimane a dormire di gusto. Alle 19.30 circa iniziamo la preparazione della cena, continua ininterrotta la fila in bagno, che Fulvio monopolizza per interminabili periodi.
23 agosto ’05 martedì
Un gruppo a Punta Lenis, gli altri al mercato
Oggi la sveglia è differenziata, prima il gruppo che intende andare a Punta Lenis (sul sentiero internazionale che volge al versante francese) ore 7:00, poi il gruppo che va al mercato per la spesa ore 8:00 circa, con prolungamento alle “marmitte dei giganti” nel pomeriggio.
Alla fine dei conti la sveglia è condivisa, gli schiamazzi si sprecano, è impossibile continuare a dormire. Dopo aver preparato i panini il primo gruppo di emigranti parte di gran carriera (d’altronde vogliono “svalicare” in Francia..). Finalmente una bella giornata, c’è un bel sole alto e fiero. Dopo un’abbondante colazione anche noi usciamo, lasciamo le chiavi della foresteria al bar del rifugio come di consueto. Percorriamo il sentiero alla sinistra del lago di Ceresole, risaliamo sulla strada all’altezza dell’unico super mercato per ordinare il pane. Approfitto dell’occasione per comprare altre due stecche di cioccolata. Proseguiamo sulla strada verso il centro visita del Parco, davanti al quale è allestito il mercato. Ci sono poche bancarelle: due di maglioni e giubbotti, una di scarpe, due fruttivendoli, tre specializzate in salumi e formaggi, una banchetta di artigianato in legno, una di antiquariato. Prima facciamo un bel giro tranquillo su tutto il piazzale, ho la bieca intenzione di rompere un po’ l’anima ai commercianti. A ridosso di mezzo giorno, ci decidiamo a fare la spesa che tutto il gruppo ci ha commissionato, ossia verdura. Già da prima Barbara aveva messo gli occhi sui formaggi, decido di avvicinarla per assaggiare qualche cosa pure io. Nella prima banchetta gustiamo degli ottimi formaggi piemontesi, ispirato da Barbara che compra in quantità, metto mano al portafogli, sono rapito dalla Toma e da un “caprino” niente male. Dopo il formaggio è l’ora del salame, ma non mi convince, io preferisco quello “nostrano romagnolo” che trovo sempre nella mia cantina, per tradizione. Ritorno alla banchetta dei maglioni, c’è un modello misto lana e pile che mi interessa, ne provo alcuni. Mi piace grigio scuro ma non c’è la mia taglia, che sfiga. Non ho preso quello azzurro e più tardi me ne sono pentito. Mentre aspettiamo Sabrina e Viviana, che stanno contrattando per un k-way, io e Barbara ci gustiamo un’enorme pesca noce a testa. Ormai sono le 12 e 30, il Centro visita sta per chiudere, ci affrettiamo ad entrare dove incontriamo Dario. Naturalmente gli rompiamo le scatole all’inverosimile, ci servono gli orari della corriera per il ritorno a Torino, la settimana prossima si torna a casa. Mettiamo a soqquadro il Centro visita, facciamo la spesa grossa di gadgets. Le ragazze poi convincono Dario a darci un passaggio in auto fino al rifugio per il pranzo; non che ci volesse molto, bastava solo chiedere.
Nel pomeriggio usciamo per andare alle “marmitte dei giganti”. Lungo la strada prima di arrivare al sentiero, poco distante, notiamo un camoscio dentro un recinto. Tentiamo di avvicinarci per fare qualche foto. I cani dalle case vicine ci vengono incontro facendo un gran rumore, decidiamo di andarcene. Dopo pochi minuti arriviamo all’imbocco del sentiero, il cartello indica anche una miniera da visitare. Il sentiero non è pulito, ci sono rovi e sassi, le radici dei larici spuntano ovunque. A tratti è impervio, segnalato in modo appena sufficiente. Raggiungiamo un prato pieno di buche, presumibilmente opera di marmotte, Sabrina conferma. Mi apposto con la mia foto camera pronta ma ben presto desisto, delle marmotte non c’è nemmeno l’ombra. Il sentiero comincia a salire sulle rocce, c’è una discreta pendenza. Il panorama diventa sempre più bello, si apre un orizzonte su tutta la vallata, con il ghiacciaio soprastante illuminato da un sole sfavillante. Arriviamo all’ingresso della miniera abbandonata. Entriamo ma ci accorgiamo di non avere una torcia elettrica, è parecchio buio là dentro. Dopo un minuto di titubanza generale decido di entrare io per primo. Ricordo di avere in tasca un accendino, mi faccio strada con la fiammella. Vado avanti per circa 70-80 metri, mi pare di scorgere un muro e poco dopo ci sbatto il naso: il cunicolo è stato murato accuratamente. Non ci resta che uscire. Fuori ci fermiamo a parlare un po’, decidiamo di scendere a vedere le fantomatiche “marmitte dei giganti”. Il sentiero non è ben segnato, sbagliamo strada e finiamo troppo avanti su un grande pascolo. Da lontano avvistiamo due grasse marmotte. Cerco di fotografarle ma sono molto veloci, s’infilano sotto un masso. Poco distante ci sono alcune case, Viviana va in avanscoperta a raccogliere informazioni. Riesce ad interpellare un vecchietto, il quale ci spiega di tornare indietro, costeggiare le rocce sulla destra del pascolo. Ripieghiamo e troviamo finalmente il sentiero. La sosta si dimostra provvidenziale: ad un tratto vedo sbucare veloce un camoscio da dietro le rocce, si ferma e mi guarda. Saremo distanti non più di trenta metri. Provo ad avvertire le ragazze, ma inizialmente non mi sentono, poi riesco ad indicare loro il fiero ungulato. Sentendosi al centro dell’attenzione, il camoscio lancia un verso e ci guarda per l’ultima volta, ne lancia un secondo per poi darsi alla fuga. Riprendiamo il passo per arrivare alle marmitte. Il sentiero pare prenderci in giro, sale a spirale e poi ridiscende in basso, ma di queste marmitte non c’è traccia. Si è fatta ora di tornare, per di più nuvole grigie e pesanti salgono minacciose sulle nostre teste. L’idea è di passare dal rifugio del CAI per una tazza di cioccolata. Per radio Massimo ci chiede invece di affrettare il passo, sono tornati da Punta Lenis e ci aspettano al bar per la consueta sangria. Rimandiamo la cioccolata, io per poco considerato che sacrifico volentieri la sangria. Quando arriviamo al bar gli altri sono già parecchio avanti con i sorseggi. Ottengo il consenso unanime a fare una bella foto fuori, davanti al locale. Come sempre manca Fulvio, perso in bagno arriverà a giochi conclusi. Il fotografo estemporaneo viene scelto da Cinzia tra gli avventori del bar, è un ragazzo sospeso tra il punk e il metal con una cresta lunghissima, il resto della testa rasato. Cinzia propone di andare a Messa, è arrivato il prete nella chiesetta dall’altro lato della strada. Mi aggrego con sommo piacere. Dopo la funzione religiosa, durata solamente un quarto d’ora circa, ritorniamo al bar dove gli altri aspettano solo di giocare a biliardino. Dopo le 20:00 ritorniamo in foresteria per doccia e cena. Devo fare i salti mortali per raggiungere il bagno. Cinzia e Claudio sono già pronti per uscire di nuovo, apprezzano molto il giretto e il grappino al bar del rifugio.
24 agosto ’05 mercoledì
Lago Nero e Punta Leynir
Alla fine ieri sera sono rimasto in branda, il mio sacco a pelo è vecchio ma assolve ancora egregiamente al suo compito. Sveglia alle 7:30 suonata per così dire da Geppo particolarmente euforico e grintoso. Si è divertito parecchio a farci saltare giù dal letto. Cinzia come sempre era già sveglia da un po’, ci ha intimato di prepararci alla svelta, alle 9:00 dovevamo essere al Colle del Nivolet a contare le presenze di turisti. Facciamo la fila in bagno (stile coda al super mercato), mentre Cinzia e Barbara vanno a fare la spesa in paese, Claudio e Geppo si dirigono in macelleria. Al loro ritorno prepariamo i panini (ancora panini... ormai ho il fegato a forma di panino), Cinzia ed Emilia fuggono di corsa al Nivolet, il tempo corre. Poco dopo siamo tutti fuori e partiamo anche noi per il Colle. Un altro gruppo va al Rifugio Jervis (2.250 metri), cioè coloro che non l’hanno ancora visitato. Al Nivolet il tempo è splendido, sole alto e poche nuvole, la vista spazia per vari chilometri in profondità. Claudio ed Emilia rimangono al Rifugio Savoia per il volantinaggio ai turisti, io e Cinzia seguiamo il sentiero per il Lago Nero, Barbara Viviana e Fulvio salgono fino al ghiacciaio di Punta Leynir (3.069 metri). La mia più che confessata aspettativa è di fotografare qualche marmotta, non mi pare di chiedere troppo. Il sentiero parte duro con una buona pendenza, poi si riprende più tranquillo. Alla mia destra neve, si erge un panorama incredibile, unico: tanti monti coperti di neve come fosse zucchero a velo. Da lontano si vedono camosci in assoluta libertà, mi ispirano un grande dinamismo, grandi doti atletiche e appunto un grande senso di libertà e pace. In breve, tra una chiacchiera e l’altra, raggiungiamo il Lago Nero. Ci sediamo di fronte alla parete di roccia e iniziamo a mangiare. Dall’alto sbuca un gruppo di camosci, cinque femmine con tre piccoli, Cinzia li ha individuati subito, non per niente è soprannominata “camoscio woman”. Cambio ottica alla mia Yashica (monto ora un 135 mm., ma non basta, ci vorrebbe un 200 mm o superiore) e tento la foto. Cinzia segue i movimenti dei camosci per mezzo del binocolo e mi racconta qualcosa di questi animali; mentre parla io aggancio la cioccolata. Cinzia ha studiato i camosci durante la tesi universitaria, mi ha raccontato di aver passato un periodo molto intenso in un casotto alpino in alta quota. Quel esperienza le ha dato molto relativamente ai suoi studi ma anche umanamente. Abbiamo finito il pasto, dobbiamo riprendere il cammino. Il vento gelido ci accompagna, le nuvole si rincorrono a ridosso delle cime, mentre alcuni raggi di sole tentano invano di scaldarci. Ben presto ci accorgiamo che sul sentiero ci sono delle marmotte, era ora, finalmente! Imbraccio la mia foto camera e mi getto silenziosamente più vicino ai soggetti. Riesco a fotografare una marmotta appena uscita dalla tana, di seguito anche un’altra più piccola sbuca per farsi un giretto. Il freddo punge, devo rimettere i guanti. Dopo le marmotte incontriamo alcuni turisti, un po’ spaesati, cui diamo i depliant sul Nivolet. Alle 13:30 siamo di nuovo al Rifugio Savoia. Claudio già da almeno un’ora emetteva strane frasi alla radio, tutto per far arrabbiare Cinzia e sapere minuto per minuto dove eravamo e quando saremmo tornati indietro. Lui ed Emilia hanno avuto tutta la mattina per fare chiacchiere tra un turista e l’altro. Dopo i soliti battibecchi scherzosi, Cinzia ed Emilia tornano a valle per raggiungere il Centro Visita di Noasca, devono aiutare alcuni collaboratori del Parco a contare le schede di un sondaggio tra i turisti. Io e Claudio rimaniamo ad aspettare Barbara, Viviana e Fulvio. Gironzoliamo un po’ attorno al Savoia. Ben presto ci accorgiamo che dobbiamo fare i conti con alcune persone e i loro cani, lasciati liberi di scorazzare per i prati. All’interno del Parco i cani devono essere accompagnati con il guinzaglio, mentre sul Colle del Nivolet è vietato del tutto portare cani. Claudio lascia a me questa incombenza. Riesco a parlare con tutti i turisti che hanno appresso i cani, si giustificano e si dicono disposti a tenerli in auto. Purtroppo però appena mi allontano rimettono li rimettono in libertà, sicché devo ritornare indietro e ripetere tutto da capo. Quando pensavamo di poterci sedere un attimo, ecco che da lontano vediamo una coppia di ragazzi che, molto serenamente, giocano con il loro cagnetto lungo il sentiero. Iniziamo l’inseguimento, i ragazzi non si curano delle nostre urla e proseguono. Li raggiungiamo dopo un buon quarto d’ora. Di ritorno sul sentiero, notiamo un gran movimento sul prato sovrastante, dove alcune persone aizzano altri cani all’inseguimento delle povere marmotte. Tento di raggiungerli ma inutilmente, aumentano il passo e la distanza che ci separa, li perdo dietro un vallone.
Alle 16:30 rivediamo il gruppo che aspettavamo, Barbara visibilmente entusiasta mi mostra le foto dei nove (!!) stambecchi visti sul ghiacciaio. A quel punto mi chiedo perché non sono andato pure io sul ghiacciaio a Punta Leynir. Claudio ci spinge a forza nell’auto (siamo stipati come scatoloni di merce natalizia), torniamo in foresteria. Una bella doccia fa sempre piacere, dopo di che dobbiamo aspettare Cinzia ed Emilia che tardano parecchio. L’orario ci ricorda che la sangria ci aspetta prima di cena. Una partita veloce a biliardino ci spreme qualche risorsa non consumata durante il giorno, arrivo a cena molto affamato. Cinzia non trova nessuno che l’accompagni a fare il suo solito giretto serale attorno al lago, mi sa che stavolta tocchi a me sgambettare fino a mezzanotte. Cinzia mi stressa finché non accetto, usciamo e a passo da bersagliere prendiamo il sentiero attorno al Lago di Ceresole. Ritorniamo a mezzanotte, ormai è ora di andare a dormire.