Prologo

La liberazione di Mussolini
12-09-1943

Il primo pensiero di Hitler, la sera del 25 luglio 1943 appena appresa la notizia dell’arresto di Mussolini, è di preparare un piano per la sua liberazione: ventiquattro ore dopo, la sera del 26, arriva al Quartiere Generale di Hitler (la “Tana del lupo” a Rastenburgh) il capitano delle “truppe speciali” Otto Skorzeny, un ufficiale di trentacinque anni, aitante, una profonda cicatrice sulla guancia sinistra, uno “specialista” in azioni di commando. A lui Hitler affida l’incarico di liberare “l’amico Mussolini”. Nel primo pomeriggio del 27 luglio 1943 Skorzeny e Student atterrano all’aeroporto di Roma per raggiungere immediatamente Frascati, dove è il Quartiere Generale del maresciallo Kesselring, comandante del Gruppo di armate tedesche in Italia. Si tratta prima di tutto di scoprire dove gli italiani tengono Mussolini: non è difficile essendo il Duce ancora a Roma. La sera stessa del 27 luglio, grazie all’aiuto delle SS Kappler e Dollmann, Skorzeny scopre che Mussolini è tenuto prigioniero in una caserma di Carabinieri: si tratta però di una scoperta inutile, dal momento che quella sera il sospettoso Badoglio dispone il trasferimento del prigioniero in un luogo più sicuro. Il Duce è trasportato in gran segreto nell’Isola di Ponza. Per Skorzeny ricomincia tutto da capo. Dopo qualche settimana le sue indagini, ma anche un pizzico di fortuna, gli consentono di individuare nell’isola del Tirreno la nuova prigione di Mussolini. Stava già preparando un piano per la sua liberazione, quando la preda gli sfugge nuovamente: il governo italiano, che forse è stato avvertito o ha intuito lo scopo della missione di Skorzeny in Italia, trasferisce l’illustre prigioniero sull’Isola della Maddalena, presso la costa nord – orientale della Sardegna. Skorzeny riprende le ricerche, non difficili per la verità in un paese come l’Italia. Questi, sbarcato alla Maddalena travestito da marinaio, induce, durante una discussione in osteria con un innocuo: “scommettiamo che il Duce è morto?”, un commerciante di frutta e verdura del posto (che fornisce tra l’altro quotidianamente Villa Weber) a fargli vedere il Duce. Il finto marinaio tedesco perde la scommessa (volentieri c’è da crederlo), ma Skorzeny può preparare il suo piano. Approvata addirittura da Hitler, l’operazione per la liberazione di Mussolini (un vero e proprio attacco all’isola da parte di unità tedesche) è prevista per il 28 agosto, ma ancora una volta la preda sfugge dalle mani del tedesco. “Naturalmente” sospettose, le Autorità dell’isola e soprattutto coloro che custodiscono Mussolini hanno pensato giustamente che i voli del ricognitore tedesco su Villa Weber nascondessero qualcosa di poco piacevole e viene così deciso l’ennesimo trasferimento. Il 27 agosto, proprio il giorno prima dell’attacco previsto da Skorzeny per la liberazione del Duce, un idrovolante della Croce Rossa lascia le acque della Maddalena con a bordo il prigioniero: destinazione ovviamente ignota. Il tenente Warger (ma è presente sull’isola lo stesso Skorzeny, che intendeva studiare il loco alcuni particolari del piano) scopre subito che Mussolini non si trova più sull’isola all’ultimo momento, pertanto l’azione è annullata. Skorzeny comunque non getta la spugna e riprende a tessere la sua tela. Questa volta la fortuna gli si presenta sotto le vesti di Herbert Kappler, un alto ufficiale delle SS, il quale viene a sapere che attorno al Gran Sasso sono state “ultimate le misure di sicurezza”. La notizia può forse interessare Skorzeny, il quale si getta sulla pista che si rivela proficua: nella zona c’è il vasto altopiano di Campo Imperatore, importante stazione sciistica, il cui albergo è raggiungibile solo tramite la funivia che parte da Assergi; un luogo dunque facilmente difendibile e difficile da raggiungere, con i requisiti necessari per custodire un personaggio dell’importanza di Mussolini. Questa è l’ipotesi, ma bisogna avere la certezza: un tentativo fallito, un errore di valutazione può svelare le intenzioni dei tedeschi e mettere sul chi vive le autorità italiane, che prenderebbero provvedimenti ben più severi per custodire il prigioniero. La certezza che le supposizioni di Skorzeny e Student sono vere viene dal tenente medico tedesco Leo Krutoff, il quale è incaricato di recarsi a Campo Imperatore per un sopralluogo in vista di un invio in quel luogo, per un periodo di convalescenza di soldati tedeschi malati di malaria (questo è almeno quanto viene detto all’ignaro ufficiale medico). Questi però non può portare a termine la missione perché, quando giunge nel paesino di Assergi per prendere la funivia, ne è bruscamente impedito da alcuni carabinieri: la zona del Gran Sasso è stata dichiarata “zona militare; impossibile salirvi. E’ quanto voleva sapere Skorzeny, il quale prepara un audace piano che prevede l’atterraggio sul pianoro dietro l’albergo di alcuni alianti con un centinaio di paracadutisti: impresa rischiosissima data la natura accidentata del terreno e la brevità della “pista” per il decollo a liberazione avvenuta. Nonostante il parere contrario dei tecnici che ritengono, se non impossibile, troppo rischiosa l’operazione, Skorzeny ottiene di poter provare. E il 12 settembre, verso le 13 dodici aerei tedeschi decollano dall’aeroporto di Pratica di Mare, una frazione del comune di Pomezia, in provincia di Roma. L’atterraggio a Campo Imperatore è avventuroso ma tutto sommato soddisfacente. Solo un aereo va distrutto e alcuni altri subiscono gravi danni. Immediatamente i paracadutisti puntano di corsa verso l’albergo, giungendovi tra la sorpresa generale. A disorientare ancora di più i carabinieri di guardia all’albergo è la presenza del generale dei carabinieri Soleti, che Skorzeny si è portato dietro per confondere le idee degli ignari carcerieri di Mussolini. In men che non si dica l’albergo è in mano tedesca, senza alcuna reazione da parte italiana. Skorzeny anzi esorta il colonnello comandante la guarnigione a non reagire, per evitare un inutile spargimento di sangue. Mussolini prende posto con Skorzeny su una “Cicogna”, un piccolo velivolo giunto espressamente a Campo Imperatore, visto che non era possibile lasciare in un altro modo il pianoro senza rischiare di essere scopeti. Pilota la “Cicogna” il capitano Gerlach, pilota personale del generale Student, asso dell’aviazione tedesca. Per potere ripartire con Skorzeny e Mussolini (secondo Gerlach, Skorzeny è decisamente di troppo per le possibilità dell’aereo) si ricorre a una manovra assolutamente temeraria: mentre i paracadutisti tedeschi tengono il velivolo per la coda, il pilota manda il motore e l’elica al massimo dei giri e ad un segnale, lasciato libero, l’aereo scatta in avanti verso il burrone. Scompare per qualche momento nell’abisso, ma poi lo si vede lontano che si alza verso il cielo. A Pratica di Mare, dove atterra, Mussolini è imbracato su un Heinkel III che lo porta a Vienna e poi a Monaco. Il 14 settembre 1943 a Rastenburgh incontrerà il Fuehrer.

Tratto da “2194 giorni di guerra” a cura di Cesare Salmaggi e Alfredo Pallavisini, II edizione 1989 Mondadori Milano, pagg. 418-419